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martedì 28 febbraio 2012

Parentesi del cazzo

Son così quelle situazioni.
La scusa è quella dei momenti goliardici, dello scherzo, del gioco.
Intanto però si va a mostrare il cazzo, forse in attesa di conferme.
E lo si mostra quando un po' di "lavorio" in toccatine e sfregamenti è stato effettuato, o quando la mente ha inviato stimoli e pulsioni, così che non sia troppo ammosciato che poi sfigura, ma neppure troppo eccitato che poi sputtana. Turgido e barzotto quanto basta per essere uomo e non essere frocio.

Perchè i giochetti del "cazzo in mostra" appartengono alla maggioranza degli etero, anche a quelli che poi spernacchiano "le froce".
Forse in fase giovanile, forse in fase adolescenziale, complice una vacanza, una nuova libertà appena respirata, forse nelle docce comuni dopo il calcetto, ma si sono misurati pure loro col bisogno di avere a che fare con altri cazzi, con l'occhio posato su quello del proprio amico e a richiedere attenzioni al proprio.

Poi certo, ognuno da risposta alla propria natura sessuale: un etero è etero, un gay è gay, un bisex è... fortunato. Fasi passate, strade definite, chiuse le parentesi... e la vita continua.
Ma che allora non si scandalizzino troppo questi maschietti quando, trovata la propria strada, si trovano a commentare le vite degli altri.
Certi amici ormai adulti  si sono dimenticati che ci facevamo le seghe in compagnia e che godevano, oh come godevano, a tenere in mano il cazzo dei loro compagni...

sabato 25 febbraio 2012

Effetto Medusa

"Tanto piacere". Intanto, uno sguardo al volto, una stretta di mano, e un'occhio al pacco.
Uff, l'occhio cerca sempre di trattenersi ma lui scappa un po' dove vuole... e scende.
Rimprovero spesso L. che, è più spudorato di me: a lui non je frega dello sguardo al volto e della stretta di mano, passa subito al sodo. Per fortuna, al nostro primo incontro ha dovuto prima guardarmi in viso, giusto perchè ero seduto in auto. "Bruttino", avrà pensato, ma forse neanche troppo visto che ha poi deciso di continuare la sua esplorazione.
Comunque dicevo, i "pacchi" sono come la medusa mitologica: ci metti sopra gli occhi e poi, valli a distogliere. Resti lì, di sasso o come si dice, impietrito. Non c'è scampo!


E allora è pericoloso volger loro lo sguardo soprattutto quando sembrano interessanti, vispi e il loro proprietario continua a curarsi di loro con continue toccatine.
C'è chi addirittura li filma di nascosto e non riesce a fermare il filmato. Ve lo mostro: il risultato, col video al contrario, è da torcicollo, ma la sostanza... interessante ed estremamente pericolosa.
video

giovedì 23 febbraio 2012

La parola "casa"

Quattro volte oggi.
In auto, quattro volte l'autoradio mi ha proposto questo brano.
Io a Sanremo manco l'avevo sentito. Dolcenera è brava, ma mica l'ho mai ascoltata con troppa convinzione.
Oggi però quel ritornello mi si impone. Canzonetta accattivante, molto orecchiabile, sprintosa...
Non do retta alle parole, ricordo solo il "ci troviamo a casa"... tutto lì. La solita canzonetta d'amore.
Però penso sia efficace il tema della "casa", il luogo dove ci si appartiene.
Ma ho altri pensieri per la testa.
Stasera mi metto a navigare in rete e quel ritornelletto mi ritorna. "Ascoltiamo, mo' quella canzone di oggi..." Cerco su Youtube ed eccola qua. La canzone parte, il video non lo guardo. Mentre ascolto navigo in altre finestre. Per caso riclicco su quella di youtube e noto nel video un bacio. Gay.
Un bacio gay nella canzone di Dolcenera.
Uella, che audacia...
Scoprirò poi che il bacio fa parte del film "Ci vediamo a casa" dove Vaporidis e Reggiani interpreteranno una coppia gay, e che la canzone omonima di Dolcenera presentata a Sanremo sarà il brano nei titoli di coda di quel film.
Ok, tutto chiaro.

E allora, rewind, riparto da capo e guardo il video e ascolto le parole.
E nella canzonetta scorgo che non sono solo quattro parole d'amore ma c'è una critica alla nostra società, alquanto attuale per noi che dobbiamo mendicare il diritto di fare famiglia. Dice:

...contro questa eredità di forma culturale che da tempo non fa respirare...

e poi subito grida una cosa semplice, talmente semplice che se ci penso mi da i brividi:

Come sarebbe bello potersi dire
Che noi ci amiamo tanto, ma tanto da morire
E che qualunque cosa accada...
"Noi ci vediamo a casa"

Mi capite? Casa.
Ritrovarsi a casa.
Vedersi a casa.
Fare "casa".

E' una cosa così semplice, rassicurante, tranquilla. Un bisogno di tutti, in tutte le culture del mondo. Una capanna, una baracca, una palafitta, una costruzione in muratura.
Un bisogno anche degli animali: una cuccia, una tana, un nido...
Cosa fa così paura nel fatto che due persone dello stesso sesso che si vogliono bene "mettan su casa"? Forse la paura sta proprio in quell'aspetto rassicurante.
Come a dire: carissimi froci, siate viziosi, gozzovigliate, divertitevi, siate libertini, cascate pure nei letti di bravi maritini di nascosto nei vostri appartamenti o in più anonime camerette d'albergo... ma non fate "casa". Non dimostrateci che potete essere sereni, perche la vostra serenità è una minaccia per le famiglie da mulino bianco (non si capisce perchè, come se la felicità non bastasse per tutti e quindi bisogna darla solo in esclusiva a qualcuno), siate tristi, inquieti, tormentati. Siate sempre un po' incompleti...

E per questa incompletezza la negazione di una casa sarebbe come il cacio sui maccheroni.



... qualunque cosa accada
noi ci vediamo a casa...

mercoledì 22 febbraio 2012

La testa lì


Più il tempo passa, più ci si..., come dire... "addentra"... ad esplorarsi intimamente. Diciamo che nello scorso incontro è stato davvero un gran piacere avere approfondito a lungo la nostra conoscenza...
...e se solitamente sono io che sono proiettato a certe pratiche, son rimasto sorpreso dalle abbondanti attenzioni ricevute.
La testa era proprio lì, e io non ci stavo con la testa.
Momenti che vorresti non finissero mai...

lunedì 20 febbraio 2012

Utility back

La versatilità, lo sapete ormai, è una caratteristica che apprezzo particolarmente. C'è chi preferisce ruoli netti e definiti -  "a ciascuno il suo" come si dice - altri, come me, apprezzano chi porta con se un largo spettro di "capacità".
Si, è vero che in questo blog ne ho sempre parlato sotto l'aspetto squisitamente sessuale raccontandovi in più di un'occasione il divertimento che mi da essermi scoperto desideroso di giocarmi in entrambi i ruoli, ma a me piace la versatilità anche sotto altri aspetti.
Mi stupiscono le persone capaci di diversificare le loro competenze: è utile anche nel mondo del lavoro, dello spettacolo (per esempio, il successo di Fiorello è molto legato alla sua capacità di cantare, recitare, far ridere, fare le imitazioni, ...) e per tanti aspetti nel mondo dello sport.
E allora oggi vi voglio spiegare che in effetti, tra i giocatori di rugby che preferisco, guardacaso ci stanno due bei versatiloni!

Il volto che qui vedete, ormai tra voi miei fedeli lettori sta diventando sempre più familiare. Si tratta di LUKE MCLEAN, nostro giocatore nella Nazionale (Luke, australiano, è naturalizzato italiano in quanto la madre è italiana) e in campo anche con il Benetton Rugby Treviso.
A me questo 25enne piace molto sia fisicamente [la sua scheda dice 190 cm di altezza e 90 kg di peso - lo facevo più piccolo!!! e avrebbe un posto d'onore nei miei (In)arrestabili - Barba e pezzi forti]  e mi piace pure sul campo




Luke è VERSATILE, è cioè un UTILITY BACK, definizione che viene data a quei giocatori capaci di giocare in diverse posizioni da tre quarti, colui che sa giocare cioè come mediano di mischia, mediano d'apertura, tre quarti centro, tre quarti ala ed estremo. Nelle 3 partite in cui l'ho visto giocare "live" (2 con la nazionale, 1 nel Treviso), io allo stadio rimiravo le azioni... e non solo.... e l'ho sempre visto nel ruolo di estremo. L'estremo, essendo l'ultimo giocatore delle retrovie, ha il compito oneroso di fermare il giocatore che, palla in mano, sta correndo incontro per far meta. Lo deve fermare perchè oltre lui non c'è più nessun altro giocatore a parargli le spalle. Ma l'estremo ha anche altri ruoli e sovente si inserisce pure in attacco (qualche bella meta Lean ce l'ha fatta vedere). E' un giocatore che deve avere come caratteristiche una buona tempistica, senso della posizione, deve sapere dove cadrà la palla, dove si svilupperà l'azione, sente la responsabilità di fermare quel giocatore saponetta che è ormai sgusciato via dalle mani degli altri, quindi deve avere una buona presa.
Chi di voi non vorrebbe avere per le mani un uomo con tutte queste doti? Io si!

Si, si, avere per le mani, o anche essere nelle mani di questi utility back. Già, perchè un altro utility back che mi fa impazzire, letteralmente, (a parte come manzo...mmm, intendo come giocatore) è il già più volte citato ANDREA MASI.



Masi, giocatore anch'egli nella Nazionale e attualmente nella franchigia celtica degli AIRONI RUGBY di Viadana (MN), è un'insieme di 183 cm di altezza e 85 kg di muscoli, veloce, scattante e con una presa di ferro. Uno spettacolo a guardarsi, anche nel suo gran fisico che vi avevo già postato qui: link

Anche Masi lo vediamo giocare come estremo benchè il suo ruolo principale sia il Tre quarti centro. Le doti di un tre quarti sono la capacità di rompere la linea difensiva, capacità di fare buoni passaggi ed essere un buon placcatore, tutte doti che Masi ha, a dimostrazione della sua versatilità in gioco.

Per quanto riguarda altre "versatilità" dei due, non mi permetto di dire altro. Primo perchè non so nulla della loro vita "sessuale" (non credo che con loro due per noi gay ci sia trippa per gatti), secondo perchè rischierei di essere distrutto.

Battutacce a parte, in questo post la versatilità era solo la scusa per farvi vedere due bei manzi e per introdurre al variegato popolo on-line qualche nozione rugbystica in più, di quelle che sto imparando anch'io.

sabato 18 febbraio 2012

Amore simbiotico

Mi ha sempre affascinato l'alone di mistero che avvolge la dimensione "simbiotica" dei fratelli gemelli. Quelle voci o leggende metropolitane che raccontano di stesse sensazioni, pensieri comuni, telepatia... Mi piacerebbe conoscere qualche esperienza diretta anche da qualche mio lettore.
Mi chiedo se è comune l'esperienza dei fratelli gemelli di innamorarsi della stessa persona, mi chiedo se in gemelli  monozigoti l'amore che si prova per se stessi, l'istinto di conservazione, sia sempre proiettato anche sull'altro. Mi chiedo se nel crescere ci sia comunanza di pulsioni, se la scoperta della propria intimità sia anche la scoperta dell'intimità della propria metà.
Ci ho ripensato oggi sfogliando le immagini di questa coppia di fratelli gemelli portoghesi, bellissimi modelli portati alle ribalte da Dolce e Gabbana all'età di vent'anni e che ho scoperto casualmente e già archiviato qui nel mio cassetto. Sono Jonathan e Kevin Sampaio.

Beh, non riesco a distogliere gli occhi da queste fotografie: loro sono di una bellezza che riesce a commuovermi.
E non so perchè, ma mi piace immaginare siano gay (forse mi viene facile il collegamento con la loro professione di modelli) e vedere in quegli occhi uguali e luminosi, un certo amore e desiderio l'uno dell'altro.




Qui, vi propongo una loro intervista nel backstage. Sono banalissimo nel mio commento, ma mi viene semplicemente da dire: ma che belli!


Tornando alle domande che mi ponevo all'inizio del post, ripenso ad un libro di cui vi avevo già parlato qui: "C'è silenzio lassù" che racconta, tra  l'altro, anche la storia di due fratelli gemelli, di cui uno innamorato simbioticamente dell'altro.
Vi riporto un estratto che racconta della prima volta in cui Riet, la fidanzata di Henk, uno dei due gemelli, starà a dormire nella loro casa e che i genitori divideranno di camera, riportando dopo anni i due fratelli a dormire insieme.

"Pecore e capri vanno separati", disse una sera mia madre al tavolo della cucina. Quella sera sarebbe venuta Riet.
"Come?" fece Henk.
"Pecore e capri vanno separati."
Henk dovette pensarci un po'. "Ma anche voi siete una pecora e un capro, no?" disse nel tono più innocente possibile, facendo un gesto rivolto al papà.
Papà gli rispose con un grugnito.
Riet dormì in camera di Henk, Henk in camera mia. Su un materasso appoggiato a terra. Non sapevo cosa dire, non riuscivo quasi a respirare, cosa che attribuivo al caldo soffocante. La finestra era spalancata, le tende aperte, la luce della luna piena entrava nella stanza. Henk era per metà sotto il lenzuolo, il torso nudo nel riflesso azzurrognolo. Era così bello. Dopo un lungo silenzio, opprimente quasi come il caldo, mi bisbigliò qualcosa  che non capii.
"Come?" dissi
"Shhh!"
"Che cos'hai detto?" mormorai.
"Vado di là."
"DaRiet?"
"E da chi se no?" Si sedette scostando il lenzuolo.
Poi mise giù i piedi e si alzò. Raggiunse la porta come se camminasse sulle uova e l'aprì centimetro per centimetro. Ci volle parecchio prima che il suo corpo, infilato in un paio di grandi mutande bianche, uscisse
dalla mia stanza e la porta si richiudesse. Da allora non sopporto più le notti di luna. Quella luce azzurrognola che penetra nella stanza perfino attraverso le tende o le veneziane, quella luce che non ce modo di tenere fuori, è fredda anche d'estate. [...]

Dopo che Henk mi aveva detto di stare zitto ed era scomparso dalla mia camera come se camminasse sulle uova nelle sue grandi mutande bianche, mi ero inginocchiato alla testa del letto. Le braccia incrociate sul davanzale della finestra, il mento appoggiato al gomito, guardavo fuori. Respiravo l'odore dell'acqua calda del canale e delle vecchie tegole cotte dal sole. 
La luce della luna era così chiara che ho visto passare una lepre nel prato al di là del canale. Era sola, sembrava in cerca di qualcosa, correva avanti e indietro e ogni tanto si alzava, in ascolto, con le zampe anteriori ciondoloni. Dietro la lepre i campi erano deserti fino alla diga. Niente mucche, niente pecore. Adesso i capri sono separati, avevo pensato.
Anche la finestra della camera di Henk era aperta. Sussurravano, ma a voce così bassa che non capivo una parola. Già mi vedevo accucciato a piedi nudi nella grondaia, le mani aggrappate alla finestra aperta, la testa il più vicino possibile al davanzale.

Tornare semplicemente a coricarmi tirandomi il lenzuolo sopra la testa era impossibile. Scesi dal letto, andai alla porta, l'aprii con cautela e uscii sul pianerottolo. Aspettai che i miei occhi si abituassero al buio. Poi feci qualche passo e mi inginocchiai davanti alla porta della camera di Henk. Sono vecchie porte a pannelli, con buchi della serratura esageratamente grandi. All'inizio vedevo solo del movimento, ma poco a poco presero forma. Di Riet si vedevano solo le gambe. Henk riempiva praticamente tutta la serratura. Io avevo un ginocchio a terra e l'altro alzato. Avevo fatto scivolare una mano sotto l'elastico delle mutande. Le portavamo grandi, a quell'epoca, bianche e con un elastico robusto.Sempre pulite perché, diceva mia madre, magari finisci all'ospedale. Ero così impegnato a guardare che il caldo pulsare del mio sesso sul ventre mi aveva sorpreso. Avevo iniziato a seguire i movimenti di Henk, con lo sguardo e con la mano. Finché non mi venne un crampo alla gamba con il ginocchio sollevato. Fui costretto ad alzarmi. Mentre mi alzavo, guardai il piccolo lucernario in fondo al pianerottolo. Vidi i pioppi illuminati dalla luna e me stesso che mi alzavo, davanti a una porta chiusa, con una mano ancora nelle mutande.Tendendo le dita dei piedi mi liberai dal crampo al polpaccio.
Per qualche motivo non potevo tornare in camera mia. Forse perchè da li avrei potuto sentirli e quindi me li sarei visti davanti. In punta di piedi andai verso la porta sempre aperta della cameretta nuova. Entrai e mi sdraiai sulla moquette blu, sotto la finestra a bilico. Mi addormentai e la mattina dopo mi svegliai molto presto. Solo allora tornai nel mio letto. Henk non era ancora rientrato.


Agosto 1966, quasi quarant'anni fa. A volte non capisco come sono potuto diventare così vecchio. Quando mi guardo allo specchio, continuo a vedere attraverso la mia faccia segnata dal tempo un ragazzo di diciotto, diciannove anni. E ancora oggi mi chiedo chi stessi guardando quella notte.

(Gerbrand Bakker - C'è silenzio lassù)

venerdì 17 febbraio 2012

Una pompa sotto la doccia?

"...si, ma mia moglie non lo deve venire a sapere!"


Ecco il possente Girth Brooks, pornoattore. "Girth" in inglese significa circonferenza. La sua è davvero importante.
Ce la godiamo solo con gli occhi mentre invece il "rosso" del video la gode del tutto.


video

e dopo la pompa, il divertimento continua...
video

giovedì 16 febbraio 2012

Parlano gli occhi

Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell'essere umano
(Paulo Coelho)
È certo che un uomo lo si comprende assai meglio dagli occhi che non dalle parole (R. Musil)

Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto (A. Baricco)

Quando facevo i ritratti alla gente iniziavo dagli occhi. Li studiavo per minuti e minuti, li abbozzavo con la matita e quello era il segreto perché una volta che voi avete disegnato gli occhi... succede che tutto il resto viene da sé, è come se tutti gli altri pezzi scivolassero da soli intorno a quel punto iniziale (A. Baricco)


Questione di sguardi - Paola Turci

mercoledì 15 febbraio 2012

Quelli che aspettano

Quante volte ho pensato che io non avrei mai incontrato l'amore.
Tanti erano i motivi: essere gay era già il primo grande impiccio. Difficile incontrare qualcuno stando rinchiuso nel mio armadio, difficile essere coppia fissa. Se mi immaginavo tra le braccia di un uomo, la fantasia si limitava al semplice godurioso sesso. Neppure avevo il coraggio di sperare qualcosa di più. Ed è brutto, veramente triste, non avere neppure il "coraggio di sperare".
Un altro motivo, molto banale, semplice, stupido che mi faceva pensare alla mia vita in solitaria è che non sono mai stato un adone. Che sciocchezze! Eppure... anche questa insicurezza, agiva,... agisce ancora oggi, in me.

Poi un giorno mi ritrovo a scoppiare. A scrivere un blog. Ad aver bisogno di toccare carne vera. Ad entrare nelle chat perchè 39 anni di attesa sono troppi, veramente troppi.
39 anni di nulla, tante fantasie, rarissimi incontri, solo situazioni occasionali, alcune da eccitamento totale, alcune squallide, che si sono aperte e chiuse nel tempo di un orgasmo. Scoppio e inizio a buttarmi, a dare "ascolto" alla carne.
Nella ricerca di un orgasmo, nel bisogno di sfogarmi, nel cercare di lenire una delusione, l'incontro con chi, oggi, condivide con me più di un batticuore.

Lo dicevo anche nei commenti del post precedente: sarà la distanza, ma ancora dopo 15 mesi fatico a percepirmi "coppia". Chissà mai se neppure ci riuscirò, chissà quanto potrà continuare quest'esperienza.
Ma il messaggio che voglio condividere con chi oggi (San Faustino, festa dei singles) è affettivamente "solo", è quello di non smettere di sperare. Percepirsi capaci di amore, con la possibilità di un incontro... prima o poi, anche quando il destino si ostina a farci attendere con tanta indelicata tenacia.
Io lo auguro a tutti. Comunque vada: di sapersi "coltivare" nel proprio pensiero come persone che hanno da dare, fiduciosi, portatori di stima in noi stessi, che è poi il primo passo per lasciarsi amare.


"Ha 38 anni Bartleboom, lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare le cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle in grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle: "ti aspettavo!"
Lei aprirà la scatola e lentamente quando vorrà leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu, si prenderà gli anni, i giorni gli istanti, che quell'uomo prima ancora di conoscerla le aveva regalato.
O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo: "tu sei matto!"... e per sempre lo amerà!"
(A. Baricco - Oceano Mare)

...ti verrò a prendere con le mie mani
Sarò quello che non ti aspettavi
Sarò quel vento che ti porti dentro
E quel destino che nessuno ha mai scelto...

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