Google Website Translator Gadget

Visualizzazione post con etichetta kiss. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta kiss. Mostra tutti i post

sabato 4 maggio 2013

Siamo ciò che amiamo

...lo rilesse, lentamente. Quando finì respirava in modo irregolare, forte, e il suo piede tamburellava sulla base di scuro metallo della libreria. Il cuore le batteva forte. 


L'articolo parlava di un bambino piccolo, di nome Michel, nato da un'adolescente sbandata, probabilmente ritardata, il frutto di uno stupro. Fino all'età di quasi due anni aveva vissuto con sua madre in un casamento popolare vicino a un cantiere edilizio. Ogni giorno la madre vagava dentro, intorno e fuori dell'appartamento, persa nella sua follia. Si accorgeva appena della presenza del bambino, non sapeva nemmeno come nutrirlo e come occuparsi di lui. I vicini erano allarmati per le grida di Michel, ma quando andavano a bussare alla porta per chiederle di tranquillizzarlo, spesso lei non c'era. Usciva a tutte le ore, lasciando il bambino da solo, incustodito. Poi un bel giorno, quasi improvvisamente, i pianti si interruppero. Il bambino non gridava più, e non gridò neanche la notte seguente. Per giorni non si sentì neanche un rumore. Vennero chiamati la polizia e gli assistenti sociali. Trovarono il bambino sdraiato sul suo lettino accanto alla finestra. Era vivo e straordinariamente in buona salute, considerando quanto era stato trascurato. In silenzio, giocava sul suo squallido lettino, fermandosi ogni qualche secondo per guardare fuori della finestra. Il suo gioco era diverso da qualsiasi altro gioco avessero mai visto. Guardando fuori della finestra, sollevava le braccia, poi le bloccava bruscamente, si rizzava in piedi sulle gambe scarne, poi cadeva; si piegava e si alzava. Faceva strani rumori, una specie di scricchiolio con la gola. Cosa stava facendo?, si chiesero gli assistenti sociali. Che razza di gioco poteva essere questo? 
Poi guardarono fuori della finestra, dove erano in funzione alcune gru, che sollevavano travi maestre e travetti, o allungavano palle di demolizione sul loro unico braccio. Il bambino stava osservando la gru più vicina alla finestra. Quando questa si sollevava, lui si sollevava; quando si piegava, lui si piegava; quando le sue marce stridevano e il motore ronzava, il bambino produceva uno stridio con i denti, un ronzio con la lingua. 
Lo portarono via. Lui gridò istericamente, e non si riuscì a calmarlo, tanta era la sua desolazione per essere separato dalla sua adorata gru. Anni dopo Michel era un adolescente che viveva in un istituto speciale per handicappati. Si muoveva come una gru, faceva i rumori di una gru e, benché i medici gli mostrassero molte fotografie e giocattoli, reagiva soltanto alle fotografie delle gru, giocava soltanto con delle gru giocattolo. Soltanto le gru lo rendevano felice. Divenne famoso come "Il bambino-gru". E la domanda contro cui Jerene continuava a sbattere, leggendo l'articolo, era questa: che suono aveva? Che effetto faceva? Il linguaggio apparteneva a Michel soltanto; per lei era perduto per sempre. Come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michel, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano. Perché, Jerene ne era convinta,
ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.
(David Leavitt - La lingua perduta delle gru)

Sì, è quello che noi siamo...



martedì 16 aprile 2013

Non hai un preservativo?


Matteo si chiude alle spalle la porta della toilette. Nessuno li ha visti entrare, ma lo eccita pensare che qualcuno sentirà i rumori che faranno o li vedrà uscire furtivamente assieme.
Il ragazzo si volta e lo bacia, incastonandogli il viso tra le mani. Sei proprio uno schianto, dice come se lo volesse divorare.

Matteo si divincola e gli mette una mano tra le gambe. Il ragazzo -Marco? - già gli abbassa la cerniera dei pantaloni, li sbottona e li cala assieme alle mutande. Afferra il pene di Matteo, si siede sul bordo della tazza e inizia a succhiarglielo con forza, facendogli quasi male. Poi torna ad alzarsi, si slaccia e abbassa jeans e mutande anche lui, baciandolo ancora, ma subito si volta e piega in avanti. Matteo lo accarezza mentre con l'altra mano armeggia tra i pantaloni alla ricerca della tasca posteriore, del portafoglio, del preservativo che c'è dove dovrebbero stare le monetine. Che sollievo, è tutto come prima, nulla è cambiato e non serve che pensi. Marco è solo un'altra fotografia che con il tempo ingiallirà e sbiadirà nella sua memoria.

Mettimelo dentro.
Matteo indugia un istante, lascia ricadere i pantaloni che si afflosciano senza rumore e torna ad alzarsi. Solo poche settimane fa non avrebbe esitato, anche se forse, anzi probabilmente, era già infetto.
E se facesse finta di non saperlo? Probabilmente ha già scopato con qualcuno da quando è malato. Da quanto tempo sarà malato?

Sarà capitato cosi anche a lui? Qualcuno con cui è stato l'ha fatto senza proteggersi perché non sapeva o aveva fìnto di non sapere?
Non hai un preservativo? Getta in aria quella monetina indifferente al suo responso, anzi sperando che il ragazzo non ce l'abbia o non lo voglia sprecare.
No, ma non importa. Sono sano, non preoccuparti. Anche tu sei sano, no?
Certo, gli risponde Matteo. Sono sano anch'io.
Allora dai, infilamelo dentro.
In effetti cosa ha da perdere? Anche lui ha pagato per la propria incoscienza. Non sarebbe certo la fine del mondo se accadesse anche a questo ragazzo di Reggio Calabria che forse si chiama Marco. Un giorno gli verrebbe un dubbio o una semplice curiosità, andrebbe a fare il test e a cuor leggero lo ritirerebbe, avrebbe uno shock, gli verrebbe un colpo, spererebbe con tutto se stesso in un errore degli analisti e si sentirebbe un idiota, ma soprattutto avrebbe la totale certezza che la sua vita sarebbe finita lì.

Glielo infila dentro. E' la sua vendetta contro quei maledetti finocchi che l'hanno contagiato. Nessuno lo giudicherà mai per ciò che sta facendo, non esistono inferno o paradiso, dei o demoni ai quali il suo gesto piacerà o spiacerà. Continua a spingere, sorridendo.

Cazzo, sei proprio un fico. La voce del ragazzo è rotta dall'affanno mentre toglie una mano dalla parete e la fa scorrere lungo la coscia abbronzata di Matteo.
Ma Matteo pensa a Francesco, al suo corpo asciutto e duro e alla pelle che conosce in ogni centimetro, con la stessa passione che i primi tempi c'era tra di loro e che adesso, necessariamente, si è sopita.

Lo vede prono nel cesso di un treno che stupidamente si fida di un figlio di puttana come Matteo. Anzi, è proprio lui che lo sta scopando e uccidendo. Quel bastardo gli mente, omette la verità, e Francesco è uno scemo a fidarsi di uno sconosciuto... Ma è Francesco. E anche tante altre cose, non solo un ingenuo imbecille: è uno scrittore, un ottimo cuoco, un esperto e raffinato collezionista di musica, una persona sensibile e dolce. E il suo amore, il suo unico e grande amore. Il figlio di puttana sta distruggendo tutto quello? Lo vorrebbe uccidere, prendere una mazza e fracassagli i denti, farglieli sputare e infierire sul suo corpo accasciato a terra, in quel cesso squallido e bollente. Su un treno... Come si può distruggere la vita di qualcuno nel cesso di un treno?
Si ferma e lo tira fuori. Rialza mutande e pantaloni, preparandosi a uscire da quel loculo soffocante.
Marco non capisce cosa stia accadendo e si volta. Che succede?
Non mi va più di farlo, gli risponde Matteo furioso. Vorrebbe picchiarlo. Picchiarlo come se fosse lui l'infetto e avesse cercato di contagiarlo. Ammazzarlo, anche lui.
Come non ti va più? Ero quasi venuto...

Rivestiti idiota. Lo strattona, sperando che lui reagisca per avere una scusa e picchiarlo davvero. Ora esco io. Aspetta qualche minuto e poi esci tu.
Il ragazzo si alza, rabbioso e pronto a lamentarsi, ma non appena vede la furia negli occhi di Matteo si ammutolisce.
Tiene lo sguardo basso mentre Matteo riapre la porta, si guarda attorno ed esce.
Attende, come gli è stato ordinato. Si specchia e sistema i capelli, ridacchiando tra se e se. Il suo amante occasionale doveva essere un balordo o un pazzo, ma almeno avrà un aneddoto divertente e assurdo da raccontare agli amici. Chissà che facce faranno?
Che gente strana c'è in giro, dirà Marcello.

Probabilmente gliel'hai fatto ammosciare, lo sfotterà Luca.
Ora se lo chiede anche lui, sentendosi colpevole e sbagliato. Non sono abbastanza bello?
Poi esce, torna al vagone e al loro scomparto preoccupato di come si comporterà Matteo, timoroso e un po' tremante.
Ma quando arriva, Matteo non c'è. La valigia e le sue cose sono scomparse con lui.
In compenso è tornata la vecchia signora chiacchierona, che sbadiglia.
Ha visto il ragazzo che c'era seduto lì? la interroga indicando il suo posto vuoto vicino al finestrino.
Quale ragazzo?

(Roberto Paterlini - Cani Randagi)

mercoledì 10 aprile 2013

Distinguere, barattare, trovare

Oggi, già di prima mattina, la radio accesa, la prima canzone cascata nella mia giornata, ha trovato terreno fertile in un animo malinconico.

Così, così pensi di poter distinguere il paradiso dall'inferno?
O cieli blu dal dolore?
Puoi distinguere un campo verde da un freddo binario d'acciaio?
Un sorriso da un velo? 
Pensi di essere capace di distinguerli?

E ti hanno portato a barattare i tuoi eroi con dei fantasmi?
Ceneri roventi per degli alberi?
Aria bollente con una fresca brezza?
Una magra consolazione per il cambiamento?
E hai scambiato una parte da comparsa in guerra per un ruolo di comando in gabbia?

Come vorrei, 
come vorrei che tu fossi qui.
Siamo solo due anime perse 
che nuotano in una boccia per i pesci.
Anno dopo anno,
correndo sempre sul solito terreno,
cosa abbiamo trovato?
Le stesse vecchie paure.
Vorrei che tu fossi qui.


video

martedì 26 marzo 2013

La 99ma notte

Merda di una malinconia. Ogni volta che c'è un desiderio irrealizzato o un amore impossibile, ogni volta che c'è una sconfitta che venga dal di fuori o nasca da te, io mi ritrovo col groppo in gola. E' il mio punto debole.


Una volta un re fece una festa e c'erano le principesse più belle del regno. 
Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone con la figlia del re! 
Basta! Finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e ce disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che ci disse al soldato: "Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!"
Minchia, subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. 
Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, con la neve era sempre là. Gli uccelli ci cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva. Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e ci scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle ché non aveva più la forza manco per dormire... mentre la principessa sempre che lo guardava. 
E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via
--------------------
Ora ho capito perché il soldato andò via proprio alla fine. Sì, bastava un'altra notte e la principessa sarebbe stata sua. Ma lei poteva anche non mantenere la sua promessa. Sarebbe stato terribile. Sarebbe morto. Così invece, almeno per novantanove notti, era vissuto nell'illusione che lei fosse lì ad aspettarlo.
video


Certe attese sfiniscono, certe sconfitte devastano.
Speri solo in un abbraccio che ti salvi

video

[da Nuovo Cinema Paradiso]

domenica 24 marzo 2013

Alone


Ho passato un week end in terra iberica.
E' stato piacevolissimo, ha rigenerato la testa, ritemprato il fisico.
C'era il sole, c'era il caldo, c'erano corpi liberi, ragazzi a torso nudo nel parco.
C'era il mio stupore per ciò che vedevo, il divertimento con gli amici, la buona cucina, una mezza giornata in spiaggia a lasciarsi intiepidire le ossa da questo inverno che sembra non finire mai.
Mente libera e occhio appagato!

Un viaggetto la prima volta dopo la fine della mia relazione.
Tutto è filato bene, liscio, ma ammetto che la malinconia si alimentava rientrando in hotel, in quella camera accogliente, su quel letto matrimoniale.
Non è ch'io abbia avuto moltissime occasioni durante la mia storia amorosa, ma in questi ultimi due anni la situazione "camera d'albergo" si è associata al pensiero dello stare a letto con il mio uomo.
Far l'amore, fare sesso, nel contesto libero di una camera diversa, dormire insieme, risvegliarsi e fare sesso ancora.
Alone, (əˈləʊn) si dice in inglese. Significa semplicemente "da solo".
Non ero in una situazione di tristezza, ne depressiva, ma un po' questo essere "alone" si sentiva.
Ripartirei di nuovo ora, tant'è stata la bellezza del week end ma "alone" è ciò che era comunque presente. Non solo in inglese, anche in italiano. Un alone, nel senso di una macchia, una traccia un po' sbiadita ma ancora presente di ricordi che non vanno via.
E la voglia dell'amore su quelle lenzuola di una camera non mia.







 



Invece...


sabato 9 marzo 2013

Le mosse per l'estasi

 

Le cose che mi piacciono nel sesso e che sono raccolte in questo brevissimo video amatoriale; i piccoli atteggiamenti che mi mandano in estasi.
Da attivo:
a) la foga che mi prende quando, dopo i primi lenti inserimenti, sento non esserci più barriere e allora parto con colpi decisi e veloci, sempre più veloci;
b) lo schiocco che si sente quando batto il mio pube sulle chiappe;
c) guardare il volto del partner, scovarne il piacere disegnato e cercare il suo bacio;
d) tenere sotto contatto visivo gli affondi tra cazzo e il suo sedere. Vedere fisicamente il dentro e fuori.

Da passivo:
e) cercare con le mani il suo volto, guardarlo e portarlo a me;
f) sentire, a pecorina, le sue mani che mi tengono i fianchi;
g) inarcare la schiena e la torsione agìta per trovare la sua lingua mentre lo sento in me.

video

Ognuno ha le sue passioni. Queste son solo alcune, ispirate anche dal video.
Quant'è bello questo stringersi bestiale. Visibilio...

mercoledì 6 marzo 2013

Ma tu sei maschio o femmina?

Alle scuole elementari, metà anni '70, la mia classe aveva come insegnante di disegno un giovane del mio paese che aveva da poco finito il liceo artistico. In affiancamento alla nostra maestra ci insegnava varie tecniche di disegno e per noi bambini era divertente colorare, una volta con le tempere, un'altra con i pastelli a cera, un'altra ancora con i colori a dita, ecc.
Ma ciò che era maggiormente divertente era lui, l'insegnante di disegno. Spontaneo, vivace e casinista quanto noi, la cosa che ci faceva divertire erano le sue mossette "da femmina", come dicevamo noi bambini. "Perchè sei come una femmina?" gli chiedevamo  con quel misto di curiosità, innocenza, scherno e crudeltà che solo i bambini sanno usare. A questa domanda seguiva l'imbarazzo suo, e quello della maestra.

Credo sia stato il primo gay che ho incontrato sulla mia strada, persona gentile che raramente ora mi capita di rivedere (scappato,  per sopravvivenza, dal paesello) ma che definirei, affettuosamente, col senno di adulto, la tipica checca sfranta.
Al di là della curiosità che esercitava su di noi, mi ritrovavo a farmi la domanda se lui "faceva" la donna o se "era" donna.
Da bambino, pur avendo già segnali che forse ero più interessato agli amichetti che alle amichette, questa cosa non la capivo: io non ero una femmina! Si, certe cose che agli altri maschi piacevano tanto, come picchiarsi e il gioco del calcio, a me non piacevano. Ma non mi piaceva neppure, proprio no, giocare con le bambole o disegnare tutto il giorno.
Questa domanda mi ha accompagnato fino all'adolescenza credo, pensando che i gay fossero solo gli effeminati. "Ci sono i maschi, e ci sono i meno maschi. I meno maschi sono i froci".
Qualcosa però non tornava. Forse mi piacevano gli uomini ma io ero maschio, non mi sentivo femmina per nulla. Nelle seghe in compagnia da ragazzino con gli amici, nel desiderio trattenuto di un sesso più completo, non mi sono mai immaginato nel ruolo della donna. E non solo per una questione di essere attivi o passivi.

Ma il mondo attorno raccontava che i gay erano le frociarole, le checche sfrante. Lo raccontava la gente, perchè quelli erano visibili, non si diceva che i gay sono anche i muratori, i camionisti, i direttori di banca, gli insospettabili mariti.
Tutt'ora, a livello mediatico, se in una trasmissione televisiva o radiofonica c'è un gay, si scelgono quelli che per interessi gossipari o inflessione della voce siano più identificabili come "femminili".

Sia ben chiaro, uso i termini "frociarole" o "checche sfrante" senza intenzione di giudizio. Lo uso per semplificare e rendere velocemente l'idea. Credo nella libertà di espressione della propria identità e che ciascuno possa, debba!, esprimersi come vuole, con i polsi spezzati e un tocco di rimmel, o con la canottiera e l'ascella muschiata da bear.

Questo domandarsi se i gay sono realmente "maschi" credo sia ancora presente nella percezione comune della gente. L'eco creato dal film I segreti di Brokeback Mountain forse stava proprio nella rappresentazione poco comune di due gay uomini, maschi del tutto, cow-boy: l'emblema della virilità.

Ho trovato molto bella la riflessione su queste domande "essere maschio o essere femmina" narrata nel libro Cani randagi di Roberto Paterlini. Ve la propongo perchè  attraverso queste parole vengono raccontati anche gli interrogativi che mi hanno abitato.
Per meglio comprendere il brano, specifico che gli arrusi che troverete citati nel testo sono gli omosessuali passivi, termine usato nella Sicilia degli anni '40.



Francisa, sei proprio 'na femminiella mi ha detto lui allora, e se ne è andato, tutta indispettita quella scema.
Forse dovrei fargli vedere che invece sono un maschio, e forse dovrei farlo vedere anche a me stesso. Un giorno dovrò andare anche io con una donna, sposarla, fare con lei dei figli; sarebbe bene che mi ci preparassi. 
Il corpo delle donne è così più rotondo, morbido, il seno, le gambe, il loro sesso... 
Eppure non mi sento una femmina, e sono un maschio, non ne ho dubbio. 
Gli altri di piazza Alcalá si sentiranno davvero tutti femmine? 
Forse sono delle femmine che per sbaglio si ritrovano nel corpo di un uomo? Ma in quel caso perché nessuno prova pena o quantomeno un po' di magnanimità per delle anime così sfortunate? 
Oppure, forse, si sentono femmine solo perché tutti dicono che lo sono, e loro ci credono.
In realtà, io mi sento maschio anche quando lo prendo. Nemmeno in quei precisi istanti riesco a pensare di essere una donna e che un uomo stia facendo i suoi comodi con me; e non desidero che il mio sesso sia quello di una donna, né il mio corpo, né il mio viso. Di più: non vorrei essere una donna per potere andare con gli uomini come fanno le donne. Mi piace esattamente così, andarci come ci va un altro uomo, come due uomini. 
Luigi si ferma, il torace smette di colpire le gambe piegate contro il petto e il flusso dei suoi pensieri si arresta. Si scuote e stira la schiena come se si fosse scontrato con qualcuno per strada, strabuzza gli occhi e li sfrega con il dorso delle mani, recitando lo stupore come farebbe un attore sul palcoscenico. Gli sembra ci siano delle contraddizioni in tutto quel sistema, ma forse anche nel modo che ha lui di analizzarlo, o nel suo punto di osservazione, come qualcuno che non trova gli occhiali perché li ha appoggiati in testa.
Ripete con meticolosità scientifica i dati del problema: tutti i personaggi in questione, tutti maschi, tutti che vanno con altri maschi, eppure solo alcuni vengono considerati femmine, e malmenati, minacciati, e a volte si fanno addirittura qualche notte in caserma. 
E quelli considerati maschi, invece? Maschi oltre a tutto, sopra a tutto e nonostante tutto? 
A loro non succede nulla e nessuno vede niente di troppo strano - o perlomeno in qualche modo lo giustifica - nel fatto che esercitino la loro mascolinità con altri maschi, ma... Nel loro intimo, in quello strato nascosto della coscienza in cui è impossibile mentire a se stessi, andranno davvero con gli arrusi solo perché di donne non ce ne sono? Possibile che per loro non faccia nessuna differenza quando per me la differenza è così enorme? 
Forse è così. Forse io non lo riesco a capire perché non sono come loro, e sto cercando un paio di occhiali che non ho mai comperato perché nessun medico me li ha mai prescritti. Ma forse non è così. Forse quegli uomini preferiscono, in realtà, andare con altri uomini, e quindi sono le donne, le capre e le vacche i loro diversivi. Potrebbe essere? 
Luigi si rassegna a non poter trovare risposte certe a quelle domande, sforzandosi di non pensarci più. Gioca con la sabbia, infila le dita sotto terra sino al punto in cui diventa dura e impenetrabile. Poi si sdraia e guarda il cielo che sta diventando sempre più scuro, e le stelle che si dispongono ognuna al proprio posto del reticolato, su strati e altezze diverse. 
[...]

Sei tu? 
Certo che sono io. Chi altro aspettavi? risponde Franco scherzoso, ancora senza mostrarsi. 
Credevo ti fossi dimenticato, dice Luigi come per accusarlo. 
Mi sono mai dimenticato? 
No, ma... 
Ho solo fatto fatica a trovarti. Non si vede niente.
I loro corpi si avvicinano e toccano, e loro due subito si baciano. Luigi annusa l'odore della pelle di Franco pulita dal mare, le spalle e il torace, spaziosi, rassicuranti, difficili da lasciar andare. 
Fermo, fermo, dice Franco. Guarda prima cosa ti ho portato. 
E un regalo tutto per lui, un cannolo bene avvolto in un pezzo di carta marrone e vagamente macchiata dall'unto dell'impasto. 
Luigi lo libera con entusiasmo e lo guarda come un gioiello prezioso. 
E per te? Non ne hai preso uno anche per te? 
Avevo solo venti centesimi. Ma è una menzogna, Franco ha già mangiato il suo dolce lungo la strada prima di arrivare. Ho pensato prima a te. 
Allora facciamo metà ciascuno. Luigi si sente lusingato e già sta dividendo il cannolo con le dita, bene attento a che nemmeno una briciola ne cada a terra. Poi porge la prima e più abbondante porzione tra le mani di Franco. 
Grazie, bella. 
Non dirmi bella, io non sono una femmina, risponde stizzito lui, girandosi verso il mare e l'orizzonte. In quel momento sa di comportarsi proprio come una donna, anzi una bambina, ma è più forte di lui, non può farne a meno. 
Scusami, scusami. Credevo ti facesse piacere che te lo dicessi, si difende Franco alzando le braccia al cielo come di fronte a un fucile, avvicinandosi a lui, baciandolo sulla guancia e poi lungo il collo, accarezzandogli la pancia calda sotto la camicia sbottonata. Che ti trattassi come la mia ragazza... 
Luigi non sa cosa rispondere. E gli fa effettivamente piacere - in quella botola della coscienza nella quale nemmeno lui riesce a mentirsi - essere trattato come la sua ragazza, godersi le premure e i piccoli regali, anche se insignificanti come un cannolo. 
Se ti dispiace davvero, questa volta il maschio lascialo fare a me, gli dice comunque, divincolandosi di nuovo dalle sue carezze, muovendosi al buio verso il mare sino a sentire l'acqua sfioragli le dita dei piedi. 
Ma sei diventato matto? Franco sembra persino divertito, come se Luigi gli avesse chiesto di volare o trasformarsi in una figura mitologica per dimostragli il suo amore. 
Perché? gli chiede Luigi. 
E infatti, perché? chiede anche a se stesso. Perché è da pazzi pensarlo e chiederlo? Sono due maschi entrambi: è cosi fuori luogo pensare che possano scambiarsi lo stesso ruolo? E' solo un ruolo. Se non fossero nati e cresciuti a Catania, e l'arvulu rossu e la parola arrusu non esistessero, sembrerebbe ancora così assurdo che per una volta gli stessi personaggi venissero interpretati da attori diversi?
Certamente no. 
Perché? si sta domandando lo stesso Franco. In realtà più di una volta ha riflettuto sull'opportunità di provarci, e poi si è trattenuto dal chiederlo solo per timore e vergogna, e perché non voleva che tutti lo chiamassero arrusu
Certo, con Luigi sarebbe diverso: resterebbe tra loro, su questo non ha dubbi, ma forse dopo lui smetterebbe di vederlo come un maschio e non vorrebbe più starci assieme. Oppure starci sempre in quel modo. 
Sarebbe doloroso? dubita poi. Al di là del dolore, umiliante? Certo, se riesce a immaginare che il resto del mondo non esiste, anche l'umiliazione sparisce. Ma il resto del mondo c'è. 
Non lo so, dice infine. Ma io sono maschio. Non c'è bisogno di essere ragionevole su una questione del genere, pensa. E per quale motivo in fin dei conti? Per una parola sbagliata? Anzi, una lettera? 
Anche io sono maschio, e lo sono sempre stato, anche quando lo prendevo. Anche quando lo prendo, lo incalza Luigi. 
I maschi non lo prendono. Le femmine lo prendono. 
Allora io sarei una femmina? Mi hai mai visto con il rossetto o con la gonna? Credi che possa partorire un figlio? Credi che le femmine abbiano questo? gli dice stringendosi con forza la patta. 
No. No... Certo. Dai. non litighiamo, gli risponde Franco, davvero incapace di ribattere.
I maschi lo mettono e le femmine lo prendono: perché Luigi la sta facendo tanto lunga? Lui è un maschio, non gli interessa prenderlo. 
Lo bacia, stringendolo forte.
Luigi pensa che effettivamente non gli importa, che se lo facesse sarebbe solo per dimostrare di essere un maschio per davvero; ma in fin dei conti, dimostrarlo a chi? 
Non agli altri. Non in una cabina nascosta sulla spiaggia e senza comunque poterlo o volerlo dire a nessuno. A sé stesso? 
O solo a Franco?
Forse sì, ma pensa che lui comunque non lo capirebbe, o almeno non del tutto. Franco non si è sicuramente mai posto quelle domande come tutti i maschi non è tipo da chiedersi certe cose, e in questa strategia sta probabilmente il segreto della sua serenità. 
A cosa pensi? gli chiede il figlio del sarto Fanucci appoggiandogli un braccio attorno alle spalle, e mettendosi a esplorare l'orizzonte alla ricerca di quelle stesse cose invisibili che anche Luigi sembra non trovare. 
Non lo so. 
E se invece lo volesse semplicemente sperimentare? Se non avesse significato o giustificazione e non servisse a dimostrare nulla a nessuno? Se fosse solo un istinto, anche per lui? 
Avrebbe meno senso? 
Immagina di no. Non ci sarebbe comunque nulla di male. E Franco dovrebbe capirlo ed essergli complice. Se davvero tenesse a lui e lo considerasse più di un semplice arrusu, dovrebbe assecondarlo. 
Ma se invece non lo facesse? 
A questo punto lo dovrebbe lasciare.
Forse è per questo che si sentiva così agitato prima che si vedessero: sapeva che qualcosa sarebbe accaduto e che avrebbero litigato, forse per sempre.
Ma lo potrebbe davvero lasciare per una stupidaggine del genero? 
Si pente di avergli fatto quella domanda, di essersi messo nella situazione in cui otterrà esattamente ciò che vuole, come un despota irragionevole, o lo dovrà lasciare e perdere. Ora, la sua stessa posizione gli sembra insensata e rigida. 
Anche Franco è perplesso, Guarda Luigi e stanno in silenzio per qualche secondo, mentre l'unico rumore che li accompagna è quello quasi impercettibile delle onde che lambiscono la riva. 
Pensa, teme, che forse Luigi sia cambiato o stia cambiando. Non si era mai posto il problema di dare un nome al suo ruolo, l'aveva conosciuto come un arrusu e forse dentro di sé aveva continuato a considerarlo così. 
E' solo un arrusu
E se andasse con un altro? 
No, no. 
Fa male prenderlo? gli chiede con un filo di voce. 
Certe volte, non sempre. 
Che ci stia pensando davvero? si chiede Luigi. Se Franco accettasse, lui lo vorrebbe fare sul serio? 
E va bene, dice Franco all'improvviso. Questa volta mettimelo tu. 
Davvero? 
Davvero... Però non capiterà tutte le volte. 
Non voglio diventare una femmina nemmeno io.
Luigi sorride timoroso. Vorrebbe spiegargli che non lo sarebbe comunque, che gli arrusi non sono femmine. Ma per Franco sarà un obbligo, una violenza? si chiede invece. Nel suo essere così semplice e solido, come un grande tavolo di rovere, lo accetta solo per accontentarmi? 
Invidia il suo filtrare tutto attraverso la generosità e la gentilezza. Pensa sia il ragazzo più buono che conosce, forse il migliore del mondo, e che forse lo ama davvero.
Lo abbraccia e si baciano, sdraiandosi nella sabbia. Luigi gli trova un filo nei capelli, un residuo del lavoro sopravvissuto al mare, e stando bene attento a non strappargliene nemmeno uno, lo districa e lo guarda - lo immagina, in realtà, al buio sentendo nei confronti di Franco una tenerezza smisurata. Invidia quel filo, la possibilità che ha avuto di passare con lui tutta la giornata alla luce del sole, e improvvisamente la paura di prima scompare. 
Nessuno lo saprà mai e accadrà solo quella volta. Lo faranno in quel modo nuovo perché così anche lui diventerà come un filo, sarà nascosto dentro al corpo di Franco in ogni momento, esattamente come Franco è nel suo, invisibile ma costantemente vicino e presente.
(Roberto Paterlini - Cani Randagi)

giovedì 21 febbraio 2013

E' tutto esercizio

Ho sempre preferito fare jogging da solo.
La corsa per me è un momento di fatica che diventa un modo per scaricare la mente. Quindi d'estate, scarpe da corsa, pantaloncini e maglietta, e la sera dopo il lavoro andavo a farmi la mia corsetta solitaria. Un piacere fisico e mentale.
Una decina d'anni fa durante la corsa in campagna incontrai un ex compagno dei tempi delle scuole medie. Anche lui a correre, la voglia di rimettersi in forma e farsi fiato. Beh, di stare in forma non c'era poi quel grande bisogno, lo era già, il fiato invece, effettivamente scarseggiava.
Da quell'incontro la richiesta di un favore: "ti va se corriamo assieme che così mi serve anche per motivarmi ed essere fedele all'impegno?". "Va bene, non c'è problema", fu la mia risposta. Di fatto era così. Pur preferendo esercitarmi da solo, la compagnia di Marco è sempre stata piacevole.
Fu un allenamento in coppia che durò per una breve estate: giugno e luglio. Poi, con agosto arrivarono le ferie e a settembre Marco smise di allenarsi.

Marco mi era sempre piaciuto. La sua simpatia era travolgente. Di uno humor dissacrante e divertente ma anche persona capace di profondi ragionamenti. Da sempre esercitava fascino su di me.
Quel momento di esercizio in comune, quelle poche orette di fatica e sudore, risvegliarono l'interesse per lui. Sognavo che dopo quella fatica e quelle nostre chiacchierate nascessero momenti di intimità. Sognavo una doccia insieme, sognavo baci da quelle labbra carnose e sognavo di scoparlo. Quel suo sedere piccolo e tondo riempiva le mie fantasie.
Fantasie che rimasero sempre tali. Marco eterissimo, le docce ciascuno a casa propria (abitavamano a 300 metri l'un dall'altro) e mai una mezza possibilità di minima condivisione.
Che peccato.

Mi è tornato alla mente questo banalissimo episodio quando mi sono imbattuto nel video che ora vi propongo: la stessa situazione delle mie fantasie. Due amici che vanno a fare la corsetta insieme, che tornati a casa fanno un po' di stretching e addominali e lì, da una mano sull'addome, scatta l'eccitazione, un cazzo che va in tiro, una pompa e una bella scopata.
Per venti minuti la coppia del video ci da dentro volentieri.
Sarà per l'ormone, sarà per l'intesa, sarà per l'affetto. O sarà per tenersi in forma. Anche il sesso, di fatto, è tutto esercizio!















video

Related Posts with Thumbnails