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martedì 18 ottobre 2011

Ghiaccio bollente

Ho scoperto in rete il pornoattore Austin Wilde e me lo ero già messo negli appunti del mio cassetto con un video di un suo momento in solitaria davanti ad un caminetto (lo puoi vedere qui)
Ora ve lo propongo in questo filmato in coppia con Jayden Grey, un video con una forte carica erotica secondo i miei canoni, con un bel gioco di vicendevoli pompe e una scopata decisa, condite da teneri baci.
L'ambientazione è un solarium di una bella piscina. Il giovane Jayden se ne va bello bello a prendere la tintarella con un nudo integrale quando Austin, portandogli da bere nota un certo imbarzottimento e scambiando dei baci gli offre del ghiaccio che, prima in bocca, poi spalmato sul petto, diventa ben presto bollente.
Pronti per i brividi?



domenica 16 ottobre 2011

Che Figlio

Attività aerobica costante, cardio tutti i santi giorni come lui dice, nato sotto il sole della California, 1 metro e 92 di altezza, modello dal 2006.
Dominic Figlio: un gran bel pezzo d'uomo, charm mascolina, bel viso pur con un naso importante, forse abbondante secondo certi canoni estetici. Una particolarità che me lo fa piacere molto di più. Poi, lo sanno tutti, che protuberanza chiama altra protuberanza...















venerdì 14 ottobre 2011

Coming out in famiglia

"E' il momento del coming out con la mia famiglia" pensa Philip. E stasera andrà dai suoi per terminare quest'attesa di una vita. Philip è innamorato e non ce la fa più a mantenere questo segreto. Andrà dalla madre, Rose, e dal padre Owen per far chiarezza una volta per tutte. Philip però non immagina che suo padre, come lui, vive da sempre un'omosessualità nascosta agli occhi del mondo e alla moglie stessa, in una vita matrimoniale ormai arida.

Philip spense il televisore senza tante cerimonie. Ci fu uno schiocco e un sibilo mentre il quadro si rimpiccioliva fino a una nocciolina di luce prima di scomparire. Rose e Owen lo guardarono straniti, chiedendosi che cosa lo aveva spinto a spegnere l'apparecchio. Poi la stanza si riempì di un silenzio quasi tangibile.
«Ho qualcosa da dirvi» disse Philip. «È molto importante.»

Rose alzò gli occhi su di lui, sorpresa dalla serietà del suo tono. Philip era sbiancato in volto, le mani accartocciate in pugni stretti. Non si era ancora tolto il cappotto.
«Philip» disse lei, togliendosi gli occhiali. «Che c'è?»
Philip non disse niente, rimase solo lì in piedi, sbuffando; infine si tolse il cappotto.
«Vuoi sederti?» disse Rose.
«Preferisco stare in piedi.»
Altro silenzio. 
«Philip» disse di nuovo Rose. «Qualcosa non va? Diccelo, tesoro.»
«D'accordo» disse lui. «Ecco qui.» Stornò gli occhi da loro. «Avevo intenzione di dirvelo da molto tempo» disse «e non ne ho mai parlato, perché penso di avere avuto... paura.»
«Bene,» disse Rose «di cosa si tratta?»
Philip chiuse gli occhi. «Sono gay» disse. Poi lo ripetè, come se non lo avessero sentito. «Sono gay.» Spalancò gli occhi, li guardò, ma le loro facce erano prive di espressione. «È uno shock per voi? Siete sorpresi?»
Le sue parole si rincorrevano velocissime. «Non è una cosa nuova. Al lavoro e ai miei amici l'ho detto ormai da molto tempo. Solo a voi non l'ho detto. Non so perché. Immagino di avere avuto paura di deludervi. Volevo aspettare finché non avessi avuto la sensazione che la mia vita fosse abbastanza valida da potervela mostrare senza vergognarmene. Volevo aspettare finché potevo dimostrarvi che una vita omosessuale può anche essere una cosa buona.» All'improvviso gli venne da piangere.
Rose continuava a sbattere le palpebre, come se avesse passato un po' di tempo al buio e si fosse appena accesa la luce. Owen era ripiegato su se stesso, le spalle rigide nella camicia bianca, le mani strette tra le ginocchia. Philip continuò a parlare - di ortodossia politica, di scelte personali, dello scrittore di libri per bambini Derek Moulthorp (ma perché?) -, poi si bloccò di colpo, prese un Kleenex e si soffiò il naso.

Tutto questo passò sopra la testa di Rose. Oh, non era ingenua lei. Di omosessuali ne conosceva. C'era un certo numero di omosessuali nel suo ufficio. Ma fino a questo momento aveva pensato alle loro vite come le capitava di quando in quando di pensare distrattamente alle vite dei portinai degli stabili davanti ai quali passava chiedendosi: "Dove vivono? Hanno delle famiglie? Dei bambini?". Adesso, all'improvviso, era come se l'avessero tuffata a capofitto dentro un mondo distante e sgradevole verso il quale aveva ben poca curiosità e nei confronti del quale provava un'avversione casuale e non dichiarata. Sbatté le palpebre. Significava forse, si chiese, che d'ora in avanti, ogni volta che leggo la parola "omosessuale" in un libro, o la sento al telegiornale, riceverò un pugno allo stomaco? Dovrò tapparmi le orecchie? Pensò, improvvisamente, all'AIDS e provò l'impulso di tapparsi le orecchie.

Philip stava parlando, gli occhi frenetici, come se avesse paura di bloccarsi. «Non si tratta solo dell'omosessualità» stava dicendo. «In realtà è un problema di segreti. Lo so che dev'essere uno shock per voi che io vi abbia tenuto segreta tanta parte della mia vita, voglio dire. Lo so che tutti i bambini hanno dei segreti che non dicono ai genitori. Ma di solito questi segreti non occupano una parte così enorme delle loro vite. Be', ho deciso che non era giusto per nessuno di noi. Basta coi segreti. Basta.» Adesso stava guardando fuori della finestra, verso il traffico notturno e le stelle.

All'improvviso si girò, li guardò con aria di sfida e disse: «Lo sapete che ho tenuto per anni delle riviste pornografiche in quella valigetta, quella del mio armadio? Le tenevo nascoste lì. Lo sapevate?».
«No, non lo sapevo» disse Rose, accettando la sfida, e a un tratto ricordò che una volta effettivamente aveva intravisto qualcosa sotto il suo letto - la fotografia di uomini nudi, ricordò adesso con vivezza - e che non ci aveva fatto troppo caso perché si era detta: "Deve averla trovata nella spazzatura; deve avergliela data per scherzo uno dei suoi amici". Il ricordo era vago, irrilevante, ma riuscì a scuoterla dal suo stato di ottundimento.
Come mai non aveva notato quel dettaglio? Proprio lei, che non se ne lasciava sfuggire uno?
«Be', adesso lo sapete» disse Philip. Pareva avesse delle difficoltà a deglutire. Li fissò, in attesa del peggio.

Ma Rose non disse niente. La sua faccia era pallida, priva di espressione, un foglio di carta bianca, la bocca serrata in un piccolissimo nodo. Poi si alzò, con le mani intrecciate, e camminò in un piccolo cerchio.
«Non mi dici niente?» chiese Philip.
«Non so bene cosa dire.»
«Forse... "Sono contenta che tu me l'abbia detto".»
«Non sono sicura di essere contenta che tu me l'abbia detto.»
«Avresti preferito che lo tenessi segreto ancora più a lungo?»
«Noi tutti abbiamo dei segreti, Philip. Io ho dei segreti, un sacco di segreti, significa forse che dovrebbero essere rivelati tutti?»
«A volte è meglio essere onesti.»
«Meglio per chi?»
Philip rimase zitto per un momento. «Per tutti noi» disse alla fine.

«Vorrei esserne altrettanto certa» disse Rose. Cincischiò un fiore morente in un vaso in cima al televisore. «Ma io non sono una donna senza pregiudizi» disse, poi pensò: "E questa battuta da dove viene?". Per un momento si chiese se non l'avesse letta in uno dei suoi manoscritti. «Be',» disse «ormai è troppo tardi, quel che è stato detto non può più essere non detto.»
«Pensi che non riuscirai più a volermi bene? È così?» chiese piano Philip, dalla poltrona nell'angolo in cui si era rifugiato. Rose lo guardò, sorpresa. Perché stava dicendo questo? Poi la colpì il pensiero che naturalmente a essere in gioco erano la sua approvazione, il suo "amore". Per rassicurarlo come ci si aspetterebbe da una madre, capì che avrebbe dovuto andare verso di lui e abbracciarlo, ma tutto quel che riuscì a fare fu un'amara risata. «Ma no, Philip, no, naturalmente» disse. «Niente di simile.»
Si allontanò. «È solo che è estremamente nuovo per noi» disse.
«E una cosa che non abbiamo mai dovuto affrontare prima. Ti sei spiegato molto bene, ma bisognerà... bisognerà che tu ci dia del tempo. Giusto, Owen?»

Dall'angolo dove sedeva ripiegato su se stesso, Owen annuì.
«Tempo» disse Rose. «Abbiamo solo bisogno di tempo. Avevi ragione... questa sì che è una notizia.»
Guardò le nuvole notturne fuori della finestra, tutte buchi e dentellature, e si stropicciò le mani.
«Mamma» disse Philip.
Lei non rispose.
«Mamma.»
Ancora non rispose. Era prossima al pianto.
«Così, adesso non mi parli?» disse Philip. «Be', è un bell'aiuto, lascia che te lo dica, mamma.» Furioso, intrecciò le mani, e marciò in un piccolo cerchio furibondo. «Non restartene lì impalata, come se io non fossi qui» disse. «Non puoi fare questo.»
«Non dirmi cosa posso e cosa non posso fare, giovanotto» lo rimbeccò Rose girandosi all'improvviso. «Per Dio, non è gentile da parte tua aspettarti che io la prenda alla leggera. Venire a casa mia, pensando di potermi dire come devo comportarmi... be', non puoi farlo. Ce l'hai buttato addosso tu questo problema, noi non te l'abbiamo chiesto.»
Si girò di nuovo, con le braccia strette intorno al petto. Philip abbassò gli occhi sul pavimento. «Mi spiace» disse. «Hai ragione. Sto esagerando.» Si sedette, tutto ingobbito, sul sofà vicino a suo padre. Con le gambe incrociate davanti a loro, fissavano il vuoto come un paio di mariti dagli occhi vitrei persi in una partita di football. Ci fu un lungo silenzio. Poi Philip disse: «E che è stato un incubo venire da voi con questa notizia. Voglio dire, ormai sono anni che aspetto, mi preoccupo, sono pieno di dubbi. E ho paura che voi possiate smettere di volermi bene». Rose stornò lo sguardo. Philip si alzò di nuovo, si avvicinò a sua madre da dietro, le mise un braccio sulle spalle. «E solo che non mi pareva giusto che voi non sapeste una cosa così importante della mia vita, mamma, che vi sfuggisse una parte così importante della mia vita.»
La spalla di lei sobbalzò lievemente al tocco della sua mano, e Philip l'allontanò. Rose rise, scosse la testa. «Philip,» disse «ce ne sono di cose che potrei raccontarti. Cose che non ho mai raccontato ad anima viva.»
«Raccontale» disse Philip.
«No.»
«Perché no? Sono pronto.»
Rose si girò, guardò Owen accasciato sul sofà. «Perché non sono affatto convinta che, siccome una cosa è un segreto, deve per definizione essere rivelata» disse Rose. «Tenere certi segreti è importante per... l'equilibrio generale della vita, il bene comune.»
«Forse» disse Philip. «Forse è vero per alcune cose. Ma perché questo dovrebbe essere un segreto? Quello che sto dicendo è: pensa se tu dovessi tenere segreta la tua eterosessualità. Se tu non potessi mai raccontare a nessuno che hai incontrato papà e te ne sei innamorata. Se non potessi mai vivere con lui e invitare a cena i tuoi genitori. Sarebbe duro. Non sarebbe giusto.»
Rose si allontanò. «Non è la stessa cosa» disse.
«Perché?»
Rimase in silenzio per un momento. Di fronte alla finestra vedeva le macchine sfrecciare impetuose per la Seconda Avenue. «Io sono cresciuta in un mondo diverso dal tuo» disse. «Ai miei tempi la gente si preoccupava di cose più importanti che non la soddisfazione personale. C'erano davvero cose più importanti. Si facevano delle rinunce per un bene più grande. Si aveva una famiglia. Al giorno d'oggi tutti devono soddisfare anche il benché minimo desiderio che gli salta in testa, senza curarsi di chi feriscono. E non sto parlando soltanto di te. Sto parlando di tutti quanti, di tutti voi giovani, che pensate soltanto a voi stessi. Io li leggo i giornali. Lo so cosa succede.»
«Ma, mamma,» disse Philip «essere gay non è semplicemente... soddisfare un capriccio. È una questione vitale.» Si batté le mani sui fianchi e alzò gli occhi al soffitto. «Insomma, cosa vuoi?» chiese. «Che io sposi una donna che sessualmente non mi attrae neanche un po'? Che non mi fa provare niente sul piano sessuale, solo angoscia perché non provo nessuno stimolo sessuale? D'accordo. Mettiamo che io lo faccia. Forse ogni tanto potremmo anche fare del sesso, se facendolo io pensassi agli uomini, e forse lei non se ne accorgerebbe quando guardo gli uomini per strada. Ma alla lunga, pensa che logoramento in un matrimonio del genere! Sarebbe forse giusto per lei, quando potrebbe essere sposata con un uomo che potrebbe amarla davvero sessualmente? E, cosa ancor più importante, sarebbe giusto per me, quando potrei stare con qualcuno che amo sessualmente?» Scosse la testa. «Se mi svegliassi fra trent'anni e mi guardassi alle spalle e capissi che ho sprecato la mia vita... be', sarebbe orribile. Per che è importante, mamma. La mia sessualità, la mia attrazione per gli uomini, è la forza più cruciale, più elementare della mia vita, e negarla, fingere che non ci sia perché ho paura di quello che pensa la gente... questa sì, sarebbe una tragedia.»
«La maggior parte della gente» disse Rose «considererebbe una vita omosessuale una tragedia, coi bar e tutto il resto.» Si girò a guardarlo in faccia. «Cosa succederà quando avrai la mia età?» disse. «Una cosa è fare quello che vuoi quando sei giovane. Ma dopo? Essere soli, senza famiglia...»
«Io non ho intenzione di rimanere da solo» disse Philip. «Io intendo stare con il mio ragazzo. E comunque, anche la gente gay può avere una famiglia. Ormai in numero sempre maggiore gli uomini gay e le lesbiche stanno trovando dei modi per avere dei bambini, o con l'adozione...»
«E che razza di vita sarebbe per i bambini?»
«Una bella vita» disse Philip. «Come ti stavo dicendo, Derek Moulthorp e il suo amante hanno allevato Eliot, la persona con cui sto adesso, e devo dire che è una delle persone più felici e più equilibrate che conosco.»
Rose guardò fuori della finestra. «Io la considero una tragedia» disse. «Mi spiace, ma è proprio così.»
«La tragedia» disse Philip «è che tu insisti a farne una tragedia, mamma. Sei tu che crei la tua tragedia, non io. Io voglio solo chiarire le cose.»

In quella, Owen si alzò dal sofà. Era rimasto seduto in silenzio tutto il tempo, con le mani premute sulle tempie, gli occhi chiusi, ad ascoltare. Guardò Rose e Philip, con il labbro inferiore che gli tremava, come se fosse sul punto di fare una grande rivelazione. Ma l'impulso passò. Si mise le mani sulla testa, e si sedette di nuovo.
«Stavi per dire qualcosa, papà?» chiese Philip.
«No, niente» disse Owen. «Di colpo non mi sono sentito bene. Volete scusarmi?»
«Papà» disse Philip. «Non hai detto niente su questa storia. Stai bene?»
«Sì, sto bene. Mi spiace, figliolo. Voglio dire... mi spiace di non avere detto niente. Io penso... penso che sia o-kay.» Pronunciò la parola in un modo strano, separando le due sillabe e dandole una grande enfasi. «Sì» disse. «O-kay.»
Rose distolse lo sguardo, e incominciò a tamburellare con le dita sul televisore. Poi, all'improvviso, non ci fu più niente da dire.
«Probabilmente dovrei andare» disse Philip. «Ho bisogno di andare a casa.» Si diresse verso l'armadio e tirò fuori il cappotto.
«Sei sano?» chiese Rose mentre se lo stava infilando. Si girò verso di lui, con gli occhi improvvisamente pieni di angoscia.
Philip si fermò a metà manica. «Sì» disse. «Per quanto ne so, sono assolutamente sano.»
«Te lo chiedo» disse Rose «solo perché ho letto il "Times", ho letto quelle storie, e io...» Le si incrinò la voce. «Io non sopporterei di vederti...»
Philip sorrise, e le mise una mano sulla spalla. «Mamma, non preoccuparti» disse. «Sto bene. Comunque, non ho nessuna intenzione di correre dei grossi rischi sessuali. Starò bene.»
Lei abbozzò un sorriso.
«Posso chiamarti domani?» chiese Philip.
«Sì» disse lei.
«Bene.» La baciò sulla guancia. «Arrivederci, papà» disse. «Spero che ti rimetta presto.»
Owen annuì. Ma aveva la faccia dello stesso colore della sua camicia bianca inamidata e altrettanto sciupata.
«Mamma?» disse Philip. «Prova a non essere troppo arrabbiata.»
«Non sono arrabbiata con te» disse piano Rose. «Se mai provo qualcosa, provo tristezza. Dolore. Visto che la facciamo tanto lunga sull'essere onesti, tutto quel che ho da dire è che mi dispiace.»
Stornò gli occhi.
«Be'» disse lui. «Spiace anche a me. Ma sono convinto che passerà. Vedrai. Te lo dimostrerò. Non c'è niente di cui addolorarsi.» Si spostò nervosamente da un piede all'altro. «Ho un nuovo ragazzo meraviglioso, mamma. Voglio che tu lo conosca... be', forse per questo dovremo aspettare. Comunque, arrivederci.»
«Arrivederci.»
Con impaccio, Philip posò le mani sulle spalle di sua madre e la baciò sulla guancia. Esitò per un momento prima di lasciarla andare - immaginando, suppose lei, che potesse ancora prenderlo tra le braccia. Questo suo bisogno era quasi sufficiente a spezzarla.
«Preparo il caffè» disse Rose a Owen dopo che Philip se ne fu andato. Entrò in cucina e attaccò la caffettiera, e quando ne uscì Owen stava piangendo silenziosamente col viso chino sul braccio.
Rose rimase in piedi contro la parete. «Owen» disse. «Owen.»
Lui non rispose. Piangeva come avevano pianto i cospiratori del Watergate al processo.
«Owen» disse. Lui piangeva e non rispondeva. Lo toccò sulla spalla. Aveva la schiena tesa come la corda di un violino.
Non aveva idea di cosa dire, come fare. Non le sembrava di averlo mai visto piangere prima. «Owen,» disse, balbettando goffamente «lo so che è duro, ma veramente, tesoro, andrà tutto bene. È un bravo ragazzo. Saprà badare a se stesso. L'ha detto anche lui: non è mica la fine del mondo.» Ma a quelle parole Owen pianse ancora più forte, come se non ci fosse niente che potesse consolarlo.
E adesso, molto piano, le parve di sentirgli dire: «È davvero la fine del mondo».
«Come, tesoro? Come hai detto?»
Lui piangeva. Sentì il sibilo della caffettiera. «Owen, fammi prendere il caffè» disse Rose. Cautamente allontanò il braccio, lasciando Owen raggomitolato sul sofà, andò in cucina, spense la caffettiera. Sopra di lei, su uno scaffale, c'erano le tazze, le stesse tazze di porcellana bianca, le stesse pentole, gli stessi bicchieri. Ogni dettaglio del mondo era lo stesso. Non avrebbe dovuto esserlo.
Rose tornò in soggiorno, e lui non c'era più. «Owen?» chiamò. «Owen?» Ma nessuno rispose. In preda al panico, si precipitò nella loro camera da letto e vide che la porta del bagno era chiusa e sentì che era in funzione la doccia. Lo scroscio dell'acqua contro le piastrelle mascherava a malapena il rumore dei singhiozzi di Owen.
Si sedette sul letto. Ai suoi piedi c'erano le scarpe di Owen, le calze ordinatamente appallottolate e ficcate dentro; i pantaloni per l'indomani ordinatamente piegati sulla spalliera. Da dietro la porta del bagno lo sentiva piangere forte, istericamente, col respiro che saliva in gemiti gutturali che scoppiavano all'improvviso in profondi uggiolìi. Pensava davvero che il rumore della doccia potesse coprire un baccano del genere? Si alzò in piedi, si diresse verso la porta del bagno, cautamente vi si appoggiò contro. Un esile filo di vapore usciva da sotto, come il fumo di una pipa. Bussò una volta. «Owen?» disse. «Owen, ti prego, tesoro» e provò a girare la maniglia. Aveva chiuso a chiave.
«Oddio» disse, e chiuse gli occhi.
Allora la verità la colpì con tutta la forza irrevocabile della rivelazione. Si appoggiò alla porta per non perdere l'equilibrio.
Con la stessa rapidità con cui le era entrata in testa, lei la scaraventò fuori, in alto, come una palla da baseball, una palla di fuoco, che passava a chilometri e chilometri sopra le teste di spettatori attoniti e silenziosi.
Uscì dalla camera da letto, e tornò verso la cucina; versò il caffè. Erano quasi le undici, vide, quasi ora del telegiornale. Tremando, cercò di bere il caffè. Tornò in soggiorno. In soggiorno tolse il fiore morto dal vaso, spazzò via la polvere dal tavolo con la mano; lo sentiva fin da qui. Oh, non avrebbe mai smesso? Si sedette col suo caffè, cercò di ignorarlo, il lamento disperato, i getti tamburellanti d'acqua. Poi, di colpo, venne chiusa la doccia e non udì altro che lo sgocciolio del rubinetto. Le parve quasi umano, come la voce di un bambino che parlasse tra sé.

martedì 11 ottobre 2011

La realtà e la fantasia


Certe premesse ti danno l'illusione di poter vivere quelle esperienze tipiche da film porno.
Metti me e altri 3 gay, o "simpatizzanti tali", soli in spogliatoio e insieme sotto le docce. Uno sguardo, un ammiccamento, il cazzo che si imbarzottisce poi l'avvicinarsi l'un l'altro. Un tocco. Uno strofinarsi. La complicità dichiarata nei gesti, il capire che "ci si sta...", quindi un bacio, l'erezione completa e poi...

Poi, la realtà è invece sempre più banale e meno gratificante.
L'ho proprio pensato perchè la coincidenza ha voluto che ci si ritrovasse in quattro sotto la doccia. Quattro ""dei nostri", dove trovare un qualche ormone "etero" era come cercare la particella di sodio nella famosissima acqua della pubblicità.

Insomma, ero contento di rivedere Sofficiotto e finalmente la coincidenza di fare la doccia insieme. E' sempre uno spettacolo guardare il suo fisico e quel cazzo barzotto che mette in mostra volentieri. Mai che volti le spalle, come me d'altronde... In questo sono un "pochetto" esibizionista e nelle docce in comune sto sempre girato verso gli altri anzichè guardare il muro.


Quindi, siamo lì belli belli a insaponarci e arriva in doccia anche C., un bel giovane 28enne, fisico magro, pochi muscoli ma tutto tonico, sempre molto riservato, che io so per certo essere gaio come me. 
Lo so perchè lo scorso anno, navigando in un famosissimo sito per incontri e facendo una ricerca sulla mappa locale lo trovo, con tanto di foto del viso e mi stupisco. Insomma, non è che il mio gaydar bippasse molto con lui. Si, qualche volta il dubbio mi era venuto ma l'avevo anche scacciato subito. Invece, aveva bippato bene.

Sofficiotto, sempre cordiale e loquace, riesce a coinvolgere nelle chiacchiere pure C. che in genere sta sulle sue e nel mentre arriva pure F., quasi mio coetaneo, alto, bruttino ma simpatico e a modo suo intrigante. Lui mi bippa, eccome se mi bippa... Sempre chiacchierone quasi da comare, leggermente femminile, single...
"Ecco", penso, "siam qui in 4 e, se ci metto tutti i miei dubbi su Sofficiotto che, forse gay non è ma bisex lo è quasi di sicuro, ebbene... potremmo fare un'orgia".
Oddio, in realtà, di  fare un'orgia con F. e con C. non mi interessa proprio, ma suppongo che nella testa mia e loro, l'idea di "far festa" con Sofficiotto ci sia tutta.
Però... tra una chiacchiera e l'altra si finisce di lavarsi, ci si asciuga, ci si riveste e alla fine ci si saluta.
Ognuno a casa propria.
Comprendo: la realtà supera la fantasia sempre e solo nelle vite degli altri. 
Nella mia invece... quando mai?
Ma forse è meglio così!



Le fantasie non devono essere mai realistiche. Poichè nel momento in cui otteniamo quello che cerchiamo, non lo vogliamo, non possiamo volerlo piu;
per poter continuare ad esistere, il desiderio deve avere i suoi oggetti eternamente assenti..
Non è quella cosa che noi vogliamo, ma la fantasia di quella cosa;
quindi il desiderio alimenta solo fantasie utopistiche.
Questo è ciò che intende Pascal quando dice che , “Noi siamo veramente felici solo quando sogniamo ad occhi aperti la futura felicità”.
O perchè diciamo “Vale piu la caccia che la preda” o “sta attento a ciò che desideri, non perchè lo otterrai, ma perchè sei destinato a non volerlo piu una volta ottenuto”
Quindi l’insegnamento di Lacan è che : “Vivere secondo i desideri non vi renderà mai felici”;
Per essere umani, bisogna vivere secondo le nostre idee e i nostri ideali.
Quindi l’insegnamento di Lacan é che vivere secondo i desideri non vi renderá mai felici. Per essere pienamente umani bisogna cercare di vivere secondo le nostre idee e i nostri ideali, non certo misurando la vita in base a quanto avete raggiunto di quanto desideravate, ma in base ai piccoli momenti di integritá, compassione, razionalitá, a volte anche di sacrificio. Perché alla fine, se vogliamo davvero misurare il significato della nostra vita, dobbiamo dare valore alla vita degli altri”.

domenica 9 ottobre 2011

"Marcato" a vista

Domenica tranquilla oggi. 
L. lavora e io me ne sto in casa, nonostante il sole invitante.
Pantofolaio, sbragato tra divano, pc e tv, su Raisport1 danno finalmente il Rugby, in una partita del Campionato di Eccellenza, l'equivalente della serie A nel calcio. 
La partita è: Padova Petrarca vs Calvisano.
Tra il primo e il secondo tempo intervistano Andrea Marcato, giocatore da quest'anno nel Calvisano, ora infortunato. Lo ascolto e ammiro il bel ragazzo.
Andrea in maglia Nazionale...


...e in maglia Benetton fino allo scorso anno
"Uhmm, non mi è nuovo questo bel tipo", penso! "E comunque merita un calendario".
Cerco in rete e capisco perchè non mi è nuovo: Andrea lo si ricorda per il bellissimo drop che piazzò in nazionale e che ci portò alla vittoria contro la Scozia nel 6 nazioni del 2008.
Una di quelle azioni fulminee, un guizzo di genio, di quelli che quando ti riescono ti fanno alzare l'adrenalina a livelli massimi.
Guardate qui la sua azione:

Ma Andrea si fa ricordare e "marcare a vista" anche perchè è proprio bono e il calendario che si merita, in realtà se l'era già guadagnato e nientepopodimeno che tra i Dieux Du Stade, mica bruscolini.


Vi lascio a due making-off del calendario, quei bellissimi filmati in bianco e nero che mi fanno sempre invidiare il lavoro di quelle troupe di tecnici della fotografia. 
Godeteveli e scovate quei pochi secondi dove il filmato da bianco e nero torna a colori e mostra il bellissimo colore degli occhi di Andrea. Valgono l'adrenalina di un drop.


sabato 8 ottobre 2011

Polivalenze

Che bello lasciarsi stupire dalla propria componente sessuale.
Passare dal pensiero all'azione ti permette di scoprire cose inedite di te stesso ed anche questo è conoscersi, crescere.

Ci pensavo in questi giorni e facevo la cronologia della mia sessualità: gay mai dichiarato, represso (e un po' depresso) ho passato l'adolescenza con le classiche seghe con gli amici e poi la fase dai 20 ai 40 anni con il vuoto assoluto. Solo qualche rara esperienza, fugace, casuale. Da cardiopalma, ma più per la paura di ciò che accadeva e i sensi di colpa piuttosto che per batticuori o innamoramenti.
In tutta quel periodo le mie fantasie si fissavano sull'oggetto del desiderio: il cazzo. Era quello l'oggetto e il soggetto e facciamo pure il complemento oggetto...visto che pensavo solo a quello. Quella era la voglia, il dedicarmi a lui e potermelo godere con tutti i sensi. Guardarlo, toccarlo, manipolarlo, annusarlo, assaggiarlo, sentirlo in me...
Questo desiderio di cazzo rafforzava in me l'idea della mia natura passiva.

Poi, la vita vissuta.
L'incontro con A. prima e con L. poi.
Già dai primissimi incontri mi rendo conto che il mio pene desidera ruoli da comprimario, insomma: basta far la comparsa, lui vuole sfondare... le scene, cavalcare... il palco,
e quasi mi stupisce scoprire la mia versatilità.
Ritengo la condizione di versatile la più bella che mi potesse capitare, insomma... poter giocare in ogni ruolo è sempre vantaggioso ai fini di una bella partita. Ed è anche comodo e utile visto che già trovare il partner giusto non è così facile e se ci si deve pure misurare con attese diverse, diventa tutto più complicato.

Quello che invece mi stupisce di più è scoprire che sto vivendo una fase dove la componente "attiva" sta prendendo il sopravvento.
Nell'eccitazione, nella concitazione, nelle pulsioni che vivo l'oggetto del mio desiderio è diventato pure il culo e  quasi non mi riconosco se, deciso e dominante, voglio condurre il gioco.
Ma queste variazioni sono così frequenti anche in voi? Oppure avete ben definito e vi siete "stabilizzati" su una scelta, una tensione, un ruolo ben determinato? O questi desideri cambiano con il tempo? Cambiano con il partner?

Questi interrogativi non mi creano pensieri ma, come dicevo all'inizio, stupore.
Non so perchè ma il sentirmi in evoluzione anche nella componente sessuale mi fa sentire più vitale e positivo.
Chissà che, anche in questo caso, non sia il solo a sentirmi così.

martedì 4 ottobre 2011

DomeniKa

Domenica finalmente una mezza giornata per me e L, una di quelle poche volte dove riusciamo a ritagliarci un po' di ore per stare insieme oltre ai sempre rari e comunque fugaci ritrovi goderecci.
Beh, si trattava di riempire il pomeriggio in qualche modo, in attesa del calar della notte per ritirarci in intimità.
Idea "Ikea" quindi, quella nella città a metà strada tra me e lui, a passeggio in quel mondo che riesce sempre a mettermi di buonumore. Sarà lo stile scandinavo che ho sempre amato e che ora si alimenta anche dei ricordi della nostra vacanza?

Insomma, abbiamo cazzeggiato in mezzo ai reparti (incredibile-senza-acquistare-nulla!!!) e ci siamo intrattenuti alla caccia al tesoro di chi come noi, era coppia gaya.
Sarà anche merito della loro pubblicità,  ma eravamo in tanti "della stessa parrocchia", tra cui un giovane bonazzo, ma davvero molto interessante (pure nel pacco), accompagnato da un non-altrettanto bello e non-altrettanto giovane compagno o amico o scopamico o chicchessia e che immaginando di dividerci... chissà perchè, ci litigavamo il giovane.

Comunque passeggiando nei vari reparti immaginavo pure il nido d'amore anche perchè quegli ambienti facevano navigare la mia fantasie negli impegnativi flutti dei richiami ormonali che sempre ho quando sono in compagnia di L. (da leggersi "gestione del mio pacco nei pantaloni").
E così le fantasie erano un po' queste:
Soggiorno AlKova!
Cucina SucKlobo
 Divano Kopula
 Poltrone JeKin
 Letto HugKing
Alimentare queste fantasie mette fame e così, presto presto, appena calata la luce e dopo un piatto delle immancabili polpettine e la salsa a chissà quale berry...
finalmente NOI!
Ke domeniKa!

sabato 1 ottobre 2011

Dall'armadio al cassetto

Rieccomi qua...
Dopo la pausa di riflessione ho partorito una decisione.
Chissà... niente di irreversibile, nulla di definitivo; il "per sempre"  mi crea qualche difficoltà.

Ho respirato altra aria in questi giorni, ho passato meno tempo on-line, ho controllato meno la casella di posta, mi sono disintossicato da quell'ansia/eccitazione che mi da l'attesa dei vostri commenti o la verifica del numero di visitatori in un giorno.

Ho invece riguardato qualche film, cosa che ultimamente facevo poco, dimenticando la tv per internet. Ho ripreso in mano le mie letture, ho passato meno tempo isolato e ipnotizzato da questo schermo.

Sono combattuto. Chiudere il blog significherebbe chiudere un momento molto importante di espressione e confronto, mantenerlo attivo (cosa che mi piace fare) mi impegna comunque parecchio con la testa. Ogni giorno c'è il bisogno di "pubblicare" qualcosa, quasi a "dover" rispondere alle attese dei miei lettori.
Ma il blog è e dev'essere un momento soprattutto per me.

Vero è che in questi mesi, la mia storia con L., un'affettività finalmente espressa e che cerca di prender forma, ha ridotto quell'esigenza primaria di "sfogo" che il blog aveva.
Ma la vita "in the closet" comunque continua, L. è distante e la quotidiana fatica ad esprimersi permane.

Ma ora ho deciso... pare.
Il blog continua, rimane aperto, restando sempre il punto di riferimento più "organizzato" dei miei pensieri on-line.
Ma sarà aggiornato con frequenza minore,
talvolta,
solo ogni tanto,
dietro ispirazione.

Ma per mantenere attivo anche il piacere di postare, pur in un modo più veloce, meno composito, a questo mio armadio virtuale affianco un cassetto.
Un mini blog insomma,
solo per buttarci un po' di appunti, immagini e tutto ciò in cui mi imbatto e che in qualche modo e senza esigenza di forma, mi piacerà "archiviare" e condividere.
Come un cassetto appunto, dove gettare per un attimo quel che è un peccato buttare, semmai da ripescare poi anche per questo blog.
Il cassetto usa la piattaforma di tumblr, che mi pare meno organizzata e meno personalizzabile rispetto a blogger, almeno per quanto la conosco ora. Ma più snella e forse più adatta per questo scopo e pare senza "censure".

Non lascio quindi, ma raddoppio. Con l'attenzione ad alleggerirmi in questo "impegno" ma senza rinunciarvi del tutto.

Ah, il mio cassetto lo trovate qui:
www.thegaydrawer.tumblr.com

P.S.: Grazie a tutti quelli che hanno commentato il post precedente, offrendomi spunti di riflessione, idee, vicinanza. Grazie davvero!
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