Durante i viaggi in autostrada nelle trasferte che mi portano a L. l'autoradio mi fa compagnia. Ascolto in genere molta musica ma, nel caso di viaggi un po' lunghi e solitari tendo ad avere come sottofondo radio più parlate. Mi piace che mi venga raccontato il mondo. Ed è proprio due domeniche fa che ero sintonizzato su Radio3Rai e davano una trasmissione dagli studi di Napoli, dedicata al teatro. Si chiama
Zazà.
Viaggiavo in attesa del nostro incontro e non prestavo molta attenzione a ciò che sentivo. Pensavo a raggiungere la meta, quell'hotel che avevo prenotato telefonicamente due ore prima,
pensavo al nostro stare insieme sempre un po' clandestino, alle fatiche che il nostro stare insieme ci richiede. Rubare qualche ora d'amore, che pare proprio... rubata, illegale, imbarazzata alla reception dell'hotel mentre consegni i documenti per la registrazione.
Ad un certo punto la radio parla di uno spettacolo che era in scena proprio a Napoli e che dovebbe essere ora a Roma dove si raccontava "
Il caso Braibanti", un caso giudiziario quasi dimenticato e che per me era del tutto sconosciuto.
Aldo Braibanti è uno scrittore, sceneggiatore, artista che nel 1968 fu accusato di plagio.
Il caso giudiziario fece molto scalpore in quegli anni: l'accusa era semplice e cioè quella di aver plagiato il giovane che con lui viveva. Quell'accusa arrivava dalla famiglia di quel giovane, Giovanni Sanfratello, che viveva come grossissimo scandalo l'omosessualità del proprio figlio.
Già, perchè il loro figlio
NON POTEVA ESSERE OMOSESSUALE. Se ora si era messo a vivere con un uomo, quel sedicente (e seduttivo) artista era solo perchè gli era stato fatto il lavaggio del cervello.
Il processo si concluse con la
condanna ad Aldo Braibanti (tutt'ora vivente, 89enne) a 9 anni di reclusione. Ma era chiaro che il processo non era al plagio ma era un
processo all'omosessualità.
Il giovane Sanfratello venne portato dai suoi famigliari nell'ospedale psichiatrico di Verona dove la sua omosessualità venne trattata con un numero imprecisato di
elettroshock (si parla da 19 a 44).
Questo accadeva solo nel 1968, io son nato solo due anni dopo.
L'omosessualità venne eliminata dai manuali di diagnostica psichiatrica mondiali solo alla fine degli anni '80.
Essere omosessuali a quel tempo era una malattia, una stravaganza, una colpa, una vergogna. Una deviazione. Un capriccio.
Essere nati e cresciuti in quegli anni, in quel contesto culturale e nella provincia davvero poco emancipata non poteva non lasciar traccia. Chi ha saputo affrontare e vincere quelle difficoltà non ha solo dovuto affrontare l'imbarazzo di un coming out famigliare o tra gli amici ma fare una vera e propria lotta per la propria autodeterminazione, in alcuni casi per la propria sopravvivenza.
L'omosessualità è conosciuta da sempre. Il vizietto andava anche bene, ma solo se taciuto.
Ora l'omosessualità viene sdoganata dai film, dagli artisti e in tv. Se ne parla continuamente. Per un ragazzo nato negli anni '80 e '90 è finalmente più facile fare coming out (anche se comunque difficile). Allora invece, sui giornali, nei radiogiornali, in tv se ne parlava come uno scandalo: un uomo che porta un altro maschio a vivere con se era inaccettabile.
Di quella trasmissione ascoltata in auto quella domenica ho trovato il podcast e ho isolato l'estratto che mi interessava. Quattro minuti di quel lavoro teatrale che racconta le assurdità di quel processo.
Se vivete a Roma, andate a vederla anche per noi. Altrimenti, fatevi un'idea ascoltandola qui: