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giovedì 12 aprile 2012

Screen-shot!

Lo confesso e lo confesserete anche voi.
In questi anni il pc ha guadagnato a pieno diritto la classifica dei migliori contesti dove masturbarsi.
Il primo posto per me resta sempre il letto ma subito dopo c'è lo stare di fronte al monitor del pc.
Il bagno è la terza opzione.
Insomma, un monitor e una connessione ad internet ti regalano moltissime opportunità. Navighi e ti cerchi ciò che desideri, che siano foto, video, parole eccitanti... o una cam.
Capita talvolta che proprio una cam regali esibizioni inaspettate. Me ne stavo qualche sera fa a "godermi" (è la parola più adeguata) qualche ometto che si esibiva nel solito sito di esibizioni in cam, quando son stato letteralmente ipnotizzato da uno strabonazzo statunitense, se non ho capito male, dello Utah.
Beh, sapete... in genere i troppo fighi se la tirano parecchio e concedono poco. E infatti, per un po' di minuti lo si vede solo in volto, splendidi occhi azzurri e berretto, e ammicca, ammicca ammicca e niente più. Ma ad un certo punto... Wow! Si è mostrato e si è esibito in uno spettacolare show che mi ha arrapato all'inverosimile!
Quindi tenevo una mano sul pc per fare degli screenshot, perchè dovevo farlo mio a tutti i costi, l'altra mano sul... beh, lo potete immaginare da soli.
Screenshot su screenshot la seratina è terminata con il mio screen-shotted. Quasi fosse un quadro di Pollock (beh... non esageriamo)...

Ma ne valeva veramente la pena.
Non ci credete?
Vi mostro quanto ho visto, ditemi voi se non è da orgasmo.












Ecco, solo a ripostarlo mi ha rieccitato di nuovo. Figuratevi a vederlo in una esibizione live!
E ora, tirate fuori il vetril anche voi e pulite i vostri schermi.
Che ve ne pare?

P.S.: Purtroppo la sua esibizione è terminata senza regalarci il suo shot!

mercoledì 11 aprile 2012

I gusti di mammà

Mia madre, vispa e sensibile settantenne non finisce mai di stupirmi.
Una cosa che proprio non regge perchè la mette in uno stato di agitazione per lei intollerabile è la visione di programmi televisivi violenti o con troppa suspence. Qualunque film o serie con un omicidio, anche senza immagini cruente, o con qualche fenomeno paranormale la mette in forte disagio. E cambia immediatamente canale. Per dire, una serie come "Streghe" è decisamente troppo.
E quindi mi ha stupito quando l'ho ritrovata a guardare, mani alla bocca, il telefilm Supernatural che stanno dando su Rai4. Alla mia domanda sul perchè non cambiasse canale mi risponde beata: "perchè quei due ragazzi sono proprio belli".
Ecco, mi soffermo a guardarli e devo dire che ha proprio ragione. Forse avrò preso da mia madre in termini di gusti sugli uomini, ah ah.

Ho fatto una ricerchina in rete e di materiale se ne trova su questi due attori che impersonano i fratelli Sam e Dean Winchester.
Sam è interpretato dall'attore Jared Padalecki, texano di San Antonio, 30 anni il prossimo luglio. Godiamolo in alcune fotografie:




L'altro fratello, Dean, è interpretato da Jensen Ackles, anch'egli texano, di Dallas, 34 anni, più che interessante:





Dovrò tenere d'occhio questa serie, anche se la tv la guardo poco e quel poco riguarda film, notiziari e qualche sport.
Però confermo che i gusti di mammà e il suo candore nell'esprimerli mi piacciono proprio.
Talis mater...

martedì 10 aprile 2012

Talenti (in)nati

In ognuno di noi c'è un talento che aspetta di essere tirato fuori.
Quando scopri dentro di te ciò che riempie la tua vita non puoi più far finta di niente. Scatta una voglia di ribellione, una sete di realizzazione e il tuo corpo è tutto lì, la tua mente continuamente proiettata a quel desiderio che ti consuma, come una febbre, come un amore che non riesci a raggiungere.
Quando ti accorgi che per essere vivo hai bisogno di esprimere tutto te stesso, ogni resistenza che ti poni o che ti viene posta non è solo un ostacolo ma un morire dentro. In quel bisogno di essere, di respirare, di essere autentico, hai la sola necessità di presentarti senza filtri, metterti a nudo.
Rudolf Nureyev fotografato da Richard Avedon


Ripensavo a queste cose riguardandomi il film Billy Elliot, secondo me un film che è una metafora totale sul coming-out: la scoperta di se, delle proprie inclinazioni, il volerselo nascondere, praticare di nascosto, scontrarsi col giudizio della gente, con le incomprensioni della famiglia fino a che ci si rende conto che non viversi per come si è è come soffocare.
Ebbene, tutte le volte ci casco e mi immedesimo in quel ragazzino e rivedo in quel padre mio padre. Piango. Come un cretino, lo ammetto, piango. Ogni benedetta volta.
Quella forza nel sangue di Billy, le fatiche del padre son sempre lì a provocarmi e a mettermi il nodo alla gola.
Mi chiedo perchè, quando a 20 anni ho esercitato una forte ribellione in famiglia per portare avanti una scelta che andava controcorrente, quando, testardo all'inverosimile, ho avuto il coraggio per mettermi a nudo, quella cocciutaggine per voler essere IO, non ho avuto però il coraggio per il mio coming out. Solo quello forse, in quel momento, avrebbe risolto l'incompletezza che mi abitava.
Ma a 20 anni ancora non sapevo, anzi non volevo sapere di essere gay. Non avrei potuto nemmeno gridarlo durante un'incazzatura, perchè anche se percepivo già tutto, portavo in me una grossa confusione. La mia sessualità non mi era del tutto chiara (il fatto che mi attraessero pure le donne era rassicurante da un lato e mi creava confusione dall'altro) e da solo esercitavo su di me una grossa autocensura.

Vi ripropongo qui la scena in cui Billy si interroga sui primi sentimenti che prova con il suo amico e dove si ribella pubblicamente al padre con il coming-out sul suo voler essere, a tutti i costi, un ballerino.
Si, uso esattamente il termine coming-out, anche se non riguarda una dichiarazione di omosessualità, perchè il coraggio per venire allo scoperto appartiene a tutti quei desideri di cui ci vergognamo e per i quali ci castriamo.

Come Billy, sempre in tema di danzatori, vi lascio a questa lettera di Rudolf Nureyev. La potete leggere o ascoltare più sotto, in una riduzione magnificamente letta da Milena Vucotic. E' piena di passione, di fatiche ma soprattutto piena di ricerca del proprio posto in questo mondo. Trovare il proprio posto, la propria autenticità, il proprio senso: è come respirare.

"Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare. Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita… " RUDOLF NUREYEV

lunedì 9 aprile 2012

A far l'amore in tutti i modi, in tutti i luoghi...

[...no, non terminiamo il titolo del post con la frase di Scanu, la frase in assoluto più mal riuscita tra tutti i testi delle canzoni, il non-sense più ardito, ancor peggio del trottolino amoroso e dudu dadada...]
ma concentriamoci su questo far l'amore in tutti i modi e in tutti i luoghi.
Quando piglia quel leggero languorino perchè contenersi? E allora, che siamo nella cabina armadio,

 o in cucina

sul divano

in soggiorno

lasciamoci andare a quella voglia di contatto con il corpo, di sensazioni condivise, di bocche piene di godimento, di posizioni ardite...
ovunque...
anche in lavanderia!


sabato 7 aprile 2012

Gita a Pasquetta

Un'idea per la gita di Paquetta?
Direi in un posto caldo, al sole.
Anzi direi proprio al mare.
Una bella spiaggia.
Di più, direi in un posto ricco di begli uomini muscolosi, sportivi, tanto meglio se fossero giocatori di rugby.
Perchè dalle foto che vedete scoprirete che tutti gli ometti qui rappresentati sono proprio rugbysti, di varie squadre.
Ma quali squadre? Squadre australiane. Tutte. Pare proprio che laggiù,down-under, piaccia portar le squadre a tonificarsi nell'acqua marina. Credo che serva, visti i risultati.
Quindi gita di Pasquetta in Australia, andata e ritorno.
O perlomeno, facciamo l'andata... poi per il ritorno ci pensiamo su.
Auguri a tutti!







mercoledì 4 aprile 2012

Farei a pugni per lui

Sfoglio SportWeek di questa settimana e mi imbatto in questo servizio di moda ispirato all'ambiente del pugilato.
Mi fermo e resto incantato da uno dei due modelli proposti e dall'addome che mette in mostra. Tonico, definito ma non troppo cesellato. Possente. Con un po' di pelo ma non la foresta. Come gli metterei le mani addosso. Saprei fare miracoli con le mie mani e la mia lingua su un addome così.
Questo è l'addome che preferisco in assoluto e sarei anche curioso di sapere chi è il modello fotografato. Bellissimo. Farei a pugni per lui.
Qualcuno sa dirmi il nome? (ed eventualmente indirizzo e numero di cellulare)


martedì 3 aprile 2012

Processo, plagio e omosessualità

Durante i viaggi in autostrada nelle trasferte che mi portano a L. l'autoradio mi fa compagnia. Ascolto in genere molta musica ma, nel caso di  viaggi un po' lunghi e solitari tendo ad avere come sottofondo radio più parlate. Mi piace che mi venga raccontato il mondo. Ed è proprio due domeniche fa che ero sintonizzato su Radio3Rai e davano una trasmissione dagli studi di Napoli, dedicata al teatro. Si chiama Zazà.
Viaggiavo in attesa del nostro incontro e non prestavo molta attenzione a ciò che sentivo. Pensavo a raggiungere la meta, quell'hotel che avevo prenotato telefonicamente due ore prima, pensavo al nostro stare insieme sempre un po' clandestino, alle fatiche che il nostro stare insieme ci richiede. Rubare qualche ora d'amore, che pare proprio... rubata, illegale, imbarazzata alla reception dell'hotel mentre consegni i documenti per la registrazione.
Ad un certo punto la radio parla di uno spettacolo che era in scena proprio a Napoli e che dovebbe essere ora a Roma dove si raccontava "Il caso Braibanti", un caso giudiziario quasi dimenticato e che per me era del tutto sconosciuto.

Aldo Braibanti è uno scrittore, sceneggiatore, artista che nel 1968 fu accusato di plagio.
Il caso giudiziario fece molto scalpore in quegli anni: l'accusa era semplice e cioè quella di aver plagiato il giovane che con lui viveva. Quell'accusa arrivava dalla famiglia di quel giovane, Giovanni Sanfratello, che viveva come grossissimo scandalo l'omosessualità del proprio figlio.
Già, perchè il loro figlio NON POTEVA ESSERE OMOSESSUALE. Se ora si era messo a vivere con un uomo, quel sedicente (e seduttivo) artista era solo perchè gli era stato fatto il lavaggio del cervello.
Il processo si concluse con la condanna  ad Aldo Braibanti (tutt'ora vivente, 89enne) a 9 anni di reclusione. Ma era chiaro che il processo non era al plagio ma era un processo all'omosessualità.
Il giovane Sanfratello venne portato dai suoi famigliari nell'ospedale psichiatrico di Verona dove la sua omosessualità venne trattata con un numero imprecisato di elettroshock (si parla da 19 a 44).
Questo accadeva solo nel 1968, io son nato solo due anni dopo.
L'omosessualità venne eliminata dai manuali di diagnostica psichiatrica mondiali solo alla fine degli anni '80.
Essere omosessuali a quel tempo era una malattia, una stravaganza, una colpa, una vergogna. Una deviazione. Un capriccio.
Essere nati e cresciuti in quegli anni, in quel contesto culturale e nella provincia davvero poco emancipata non poteva non lasciar traccia. Chi ha saputo affrontare e vincere quelle difficoltà non ha solo dovuto affrontare l'imbarazzo di un coming out famigliare o tra gli amici ma fare una vera e propria lotta per la propria autodeterminazione, in alcuni casi per la propria sopravvivenza.
L'omosessualità è conosciuta da sempre. Il vizietto andava anche bene, ma solo se taciuto.

Ora l'omosessualità viene sdoganata dai film, dagli artisti e in tv. Se ne parla continuamente. Per un ragazzo nato negli anni '80 e '90 è finalmente più facile fare coming out (anche se comunque difficile). Allora invece, sui giornali, nei radiogiornali, in tv se ne parlava come uno scandalo: un uomo che porta un altro maschio a vivere con se era inaccettabile.

Di quella trasmissione ascoltata in auto quella domenica ho trovato il podcast e ho isolato l'estratto che mi interessava. Quattro minuti di quel lavoro teatrale che racconta le assurdità di quel processo.
Se vivete a Roma, andate a vederla anche per noi.  Altrimenti, fatevi un'idea ascoltandola qui:

Famiglie (in)consuete


-E' provato che i ragazzi che crescono in famiglie omogenitoriali sono tutti complessati, senza equilibrio, disadattati.
-No, è invece provato che i ragazzi che crescono in famiglie gay sono molto più maturi degli altri ragazzi, più sensibili e sereni.
Chi ha ragione?

Ieri sera mi son guardato un film che avevo perso alla sua uscita al cinema.
Mi son procurato il dvd e tranquillo me lo son guardato a casa.
Il film è "I ragazzi stanno bene" ed è una commedia molto divertente e del tutto credibile di una famiglia "inconsueta", temine che viene usato nel film. 
Si racconta di due lesbiche, le bravissime Julianne Moore e Annette Bening e dei loro due figli, procreati attraverso lo sperma dello stesso donatore.

I ragazzi, ormai adolescenti, di nascosto dalle loro madri riescono ad incontrare il loro padre biologico e da quel momento si innescheranno meccanismi che non vi racconto ma che vi consiglio di vedere. Il padre è interpretato da Mark Ruffalo, un belloccio non esageratamente bello ma decisamente molto maschio (d'altronde, un donatore di sperma...)
e buon trapanatore... ;)

A fare un film su questo tema c'è il rischio di raccontare situazioni estremizzate:
se il regista è pro-gay potrebbe raccontare di figli cresciuti benissimo, senza traumi, senza problematiche, molto maturi e comprensivi: un idillio. Di contro, se il regista fosse anti-gay racconterebbe di figli traumatizzati, di sofferenze subite, di incomprensioni, di ferite insanabili.
E così sarebbe anche nel racconto del rapporto di coppia delle due coniugi lesbiche: a essere pro-matrimoni omo si racconterebbe di famiglie alla Mulino Bianco, essere contro-matrimoni omo si racconterebbe di squallide dinamiche famigliari.

Questo film invece ha il merito di raccontare una storia dove i figli sono figli come tutti gli altri: adolescenti buoni ma anche un po' ribelli, tolleranti ma anche infastiditi e la storia della coppia lesbica è disegnata benissimo: una coppia che convive con le fatiche, gli alti e bassi, i bisogni di fedeltà e le tentazioni dei tradimenti, i momenti di coccole ma pure i litigi e le fatiche della sopportazione. Insomma, proprio come qualunque coppia etero.
Si scopre così che la famiglia inconsueta vive invece dinamiche del tutto consuete e comunque sia, anche per i più preoccupati per i figli degli altri quel che ne esce è che, alla fine di questa storia, "i ragazzi stanno bene".
Ve lo consiglio e vi lascio al trailer.

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