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venerdì 14 ottobre 2011

Coming out in famiglia

"E' il momento del coming out con la mia famiglia" pensa Philip. E stasera andrà dai suoi per terminare quest'attesa di una vita. Philip è innamorato e non ce la fa più a mantenere questo segreto. Andrà dalla madre, Rose, e dal padre Owen per far chiarezza una volta per tutte. Philip però non immagina che suo padre, come lui, vive da sempre un'omosessualità nascosta agli occhi del mondo e alla moglie stessa, in una vita matrimoniale ormai arida.

Philip spense il televisore senza tante cerimonie. Ci fu uno schiocco e un sibilo mentre il quadro si rimpiccioliva fino a una nocciolina di luce prima di scomparire. Rose e Owen lo guardarono straniti, chiedendosi che cosa lo aveva spinto a spegnere l'apparecchio. Poi la stanza si riempì di un silenzio quasi tangibile.
«Ho qualcosa da dirvi» disse Philip. «È molto importante.»

Rose alzò gli occhi su di lui, sorpresa dalla serietà del suo tono. Philip era sbiancato in volto, le mani accartocciate in pugni stretti. Non si era ancora tolto il cappotto.
«Philip» disse lei, togliendosi gli occhiali. «Che c'è?»
Philip non disse niente, rimase solo lì in piedi, sbuffando; infine si tolse il cappotto.
«Vuoi sederti?» disse Rose.
«Preferisco stare in piedi.»
Altro silenzio. 
«Philip» disse di nuovo Rose. «Qualcosa non va? Diccelo, tesoro.»
«D'accordo» disse lui. «Ecco qui.» Stornò gli occhi da loro. «Avevo intenzione di dirvelo da molto tempo» disse «e non ne ho mai parlato, perché penso di avere avuto... paura.»
«Bene,» disse Rose «di cosa si tratta?»
Philip chiuse gli occhi. «Sono gay» disse. Poi lo ripetè, come se non lo avessero sentito. «Sono gay.» Spalancò gli occhi, li guardò, ma le loro facce erano prive di espressione. «È uno shock per voi? Siete sorpresi?»
Le sue parole si rincorrevano velocissime. «Non è una cosa nuova. Al lavoro e ai miei amici l'ho detto ormai da molto tempo. Solo a voi non l'ho detto. Non so perché. Immagino di avere avuto paura di deludervi. Volevo aspettare finché non avessi avuto la sensazione che la mia vita fosse abbastanza valida da potervela mostrare senza vergognarmene. Volevo aspettare finché potevo dimostrarvi che una vita omosessuale può anche essere una cosa buona.» All'improvviso gli venne da piangere.
Rose continuava a sbattere le palpebre, come se avesse passato un po' di tempo al buio e si fosse appena accesa la luce. Owen era ripiegato su se stesso, le spalle rigide nella camicia bianca, le mani strette tra le ginocchia. Philip continuò a parlare - di ortodossia politica, di scelte personali, dello scrittore di libri per bambini Derek Moulthorp (ma perché?) -, poi si bloccò di colpo, prese un Kleenex e si soffiò il naso.

Tutto questo passò sopra la testa di Rose. Oh, non era ingenua lei. Di omosessuali ne conosceva. C'era un certo numero di omosessuali nel suo ufficio. Ma fino a questo momento aveva pensato alle loro vite come le capitava di quando in quando di pensare distrattamente alle vite dei portinai degli stabili davanti ai quali passava chiedendosi: "Dove vivono? Hanno delle famiglie? Dei bambini?". Adesso, all'improvviso, era come se l'avessero tuffata a capofitto dentro un mondo distante e sgradevole verso il quale aveva ben poca curiosità e nei confronti del quale provava un'avversione casuale e non dichiarata. Sbatté le palpebre. Significava forse, si chiese, che d'ora in avanti, ogni volta che leggo la parola "omosessuale" in un libro, o la sento al telegiornale, riceverò un pugno allo stomaco? Dovrò tapparmi le orecchie? Pensò, improvvisamente, all'AIDS e provò l'impulso di tapparsi le orecchie.

Philip stava parlando, gli occhi frenetici, come se avesse paura di bloccarsi. «Non si tratta solo dell'omosessualità» stava dicendo. «In realtà è un problema di segreti. Lo so che dev'essere uno shock per voi che io vi abbia tenuto segreta tanta parte della mia vita, voglio dire. Lo so che tutti i bambini hanno dei segreti che non dicono ai genitori. Ma di solito questi segreti non occupano una parte così enorme delle loro vite. Be', ho deciso che non era giusto per nessuno di noi. Basta coi segreti. Basta.» Adesso stava guardando fuori della finestra, verso il traffico notturno e le stelle.

All'improvviso si girò, li guardò con aria di sfida e disse: «Lo sapete che ho tenuto per anni delle riviste pornografiche in quella valigetta, quella del mio armadio? Le tenevo nascoste lì. Lo sapevate?».
«No, non lo sapevo» disse Rose, accettando la sfida, e a un tratto ricordò che una volta effettivamente aveva intravisto qualcosa sotto il suo letto - la fotografia di uomini nudi, ricordò adesso con vivezza - e che non ci aveva fatto troppo caso perché si era detta: "Deve averla trovata nella spazzatura; deve avergliela data per scherzo uno dei suoi amici". Il ricordo era vago, irrilevante, ma riuscì a scuoterla dal suo stato di ottundimento.
Come mai non aveva notato quel dettaglio? Proprio lei, che non se ne lasciava sfuggire uno?
«Be', adesso lo sapete» disse Philip. Pareva avesse delle difficoltà a deglutire. Li fissò, in attesa del peggio.

Ma Rose non disse niente. La sua faccia era pallida, priva di espressione, un foglio di carta bianca, la bocca serrata in un piccolissimo nodo. Poi si alzò, con le mani intrecciate, e camminò in un piccolo cerchio.
«Non mi dici niente?» chiese Philip.
«Non so bene cosa dire.»
«Forse... "Sono contenta che tu me l'abbia detto".»
«Non sono sicura di essere contenta che tu me l'abbia detto
«Avresti preferito che lo tenessi segreto ancora più a lungo?»
«Noi tutti abbiamo dei segreti, Philip. Io ho dei segreti, un sacco di segreti, significa forse che dovrebbero essere rivelati tutti?»
«A volte è meglio essere onesti
«Meglio per chi?»
Philip rimase zitto per un momento. «Per tutti noi» disse alla fine.

«Vorrei esserne altrettanto certa» disse Rose. Cincischiò un fiore morente in un vaso in cima al televisore. «Ma io non sono una donna senza pregiudizi» disse, poi pensò: "E questa battuta da dove viene?". Per un momento si chiese se non l'avesse letta in uno dei suoi manoscritti. «Be',» disse «ormai è troppo tardi, quel che è stato detto non può più essere non detto.»
«Pensi che non riuscirai più a volermi bene? È così?» chiese piano Philip, dalla poltrona nell'angolo in cui si era rifugiato. Rose lo guardò, sorpresa. Perché stava dicendo questo? Poi la colpì il pensiero che naturalmente a essere in gioco erano la sua approvazione, il suo "amore". Per rassicurarlo come ci si aspetterebbe da una madre, capì che avrebbe dovuto andare verso di lui e abbracciarlo, ma tutto quel che riuscì a fare fu un'amara risata. «Ma no, Philip, no, naturalmente» disse. «Niente di simile.»
Si allontanò. «È solo che è estremamente nuovo per noi» disse.
«E una cosa che non abbiamo mai dovuto affrontare prima. Ti sei spiegato molto bene, ma bisognerà... bisognerà che tu ci dia del tempo. Giusto, Owen?»

Dall'angolo dove sedeva ripiegato su se stesso, Owen annuì.
«Tempo» disse Rose. «Abbiamo solo bisogno di tempo. Avevi ragione... questa sì che è una notizia.»
Guardò le nuvole notturne fuori della finestra, tutte buchi e dentellature, e si stropicciò le mani.
«Mamma» disse Philip.
Lei non rispose.
«Mamma.»
Ancora non rispose. Era prossima al pianto.
«Così, adesso non mi parli?» disse Philip. «Be', è un bell'aiuto, lascia che te lo dica, mamma.» Furioso, intrecciò le mani, e marciò in un piccolo cerchio furibondo. «Non restartene lì impalata, come se io non fossi qui» disse. «Non puoi fare questo.»
«Non dirmi cosa posso e cosa non posso fare, giovanotto» lo rimbeccò Rose girandosi all'improvviso. «Per Dio, non è gentile da parte tua aspettarti che io la prenda alla leggera. Venire a casa mia, pensando di potermi dire come devo comportarmi... be', non puoi farlo. Ce l'hai buttato addosso tu questo problema, noi non te l'abbiamo chiesto
Si girò di nuovo, con le braccia strette intorno al petto. Philip abbassò gli occhi sul pavimento. «Mi spiace» disse. «Hai ragione. Sto esagerando.» Si sedette, tutto ingobbito, sul sofà vicino a suo padre. Con le gambe incrociate davanti a loro, fissavano il vuoto come un paio di mariti dagli occhi vitrei persi in una partita di football. Ci fu un lungo silenzio. Poi Philip disse: «E che è stato un incubo venire da voi con questa notizia. Voglio dire, ormai sono anni che aspetto, mi preoccupo, sono pieno di dubbi. E ho paura che voi possiate smettere di volermi bene». Rose stornò lo sguardo. Philip si alzò di nuovo, si avvicinò a sua madre da dietro, le mise un braccio sulle spalle. «E solo che non mi pareva giusto che voi non sapeste una cosa così importante della mia vita, mamma, che vi sfuggisse una parte così importante della mia vita
La spalla di lei sobbalzò lievemente al tocco della sua mano, e Philip l'allontanò. Rose rise, scosse la testa. «Philip,» disse «ce ne sono di cose che potrei raccontarti. Cose che non ho mai raccontato ad anima viva.»
«Raccontale» disse Philip.
«No.»
«Perché no? Sono pronto.»
Rose si girò, guardò Owen accasciato sul sofà. «Perché non sono affatto convinta che, siccome una cosa è un segreto, deve per definizione essere rivelata» disse Rose. «Tenere certi segreti è importante per... l'equilibrio generale della vita, il bene comune
«Forse» disse Philip. «Forse è vero per alcune cose. Ma perché questo dovrebbe essere un segreto? Quello che sto dicendo è: pensa se tu dovessi tenere segreta la tua eterosessualità. Se tu non potessi mai raccontare a nessuno che hai incontrato papà e te ne sei innamorata. Se non potessi mai vivere con lui e invitare a cena i tuoi genitori. Sarebbe duro. Non sarebbe giusto
Rose si allontanò. «Non è la stessa cosa» disse.
«Perché?»
Rimase in silenzio per un momento. Di fronte alla finestra vedeva le macchine sfrecciare impetuose per la Seconda Avenue. «Io sono cresciuta in un mondo diverso dal tuo» disse. «Ai miei tempi la gente si preoccupava di cose più importanti che non la soddisfazione personale. C'erano davvero cose più importanti. Si facevano delle rinunce per un bene più grande. Si aveva una famiglia. Al giorno d'oggi tutti devono soddisfare anche il benché minimo desiderio che gli salta in testa, senza curarsi di chi feriscono. E non sto parlando soltanto di te. Sto parlando di tutti quanti, di tutti voi giovani, che pensate soltanto a voi stessi. Io li leggo i giornali. Lo so cosa succede.»
«Ma, mamma,» disse Philip «essere gay non è semplicemente... soddisfare un capriccio. È una questione vitale.» Si batté le mani sui fianchi e alzò gli occhi al soffitto. «Insomma, cosa vuoi?» chiese. «Che io sposi una donna che sessualmente non mi attrae neanche un po'? Che non mi fa provare niente sul piano sessuale, solo angoscia perché non provo nessuno stimolo sessuale? D'accordo. Mettiamo che io lo faccia. Forse ogni tanto potremmo anche fare del sesso, se facendolo io pensassi agli uomini, e forse lei non se ne accorgerebbe quando guardo gli uomini per strada. Ma alla lunga, pensa che logoramento in un matrimonio del genere! Sarebbe forse giusto per lei, quando potrebbe essere sposata con un uomo che potrebbe amarla davvero sessualmente? E, cosa ancor più importante, sarebbe giusto per me, quando potrei stare con qualcuno che amo sessualmente?» Scosse la testa. «Se mi svegliassi fra trent'anni e mi guardassi alle spalle e capissi che ho sprecato la mia vita... be', sarebbe orribile. Per che è importante, mamma. La mia sessualità, la mia attrazione per gli uomini, è la forza più cruciale, più elementare della mia vita, e negarla, fingere che non ci sia perché ho paura di quello che pensa la gente... questa sì, sarebbe una tragedia
«La maggior parte della gente» disse Rose «considererebbe una vita omosessuale una tragedia, coi bar e tutto il resto.» Si girò a guardarlo in faccia. «Cosa succederà quando avrai la mia età?» disse. «Una cosa è fare quello che vuoi quando sei giovane. Ma dopo? Essere soli, senza famiglia...»
«Io non ho intenzione di rimanere da solo» disse Philip. «Io intendo stare con il mio ragazzo. E comunque, anche la gente gay può avere una famiglia. Ormai in numero sempre maggiore gli uomini gay e le lesbiche stanno trovando dei modi per avere dei bambini, o con l'adozione...»
«E che razza di vita sarebbe per i bambini?»
«Una bella vita» disse Philip. «Come ti stavo dicendo, Derek Moulthorp e il suo amante hanno allevato Eliot, la persona con cui sto adesso, e devo dire che è una delle persone più felici e più equilibrate che conosco.»
Rose guardò fuori della finestra. «Io la considero una tragedia» disse. «Mi spiace, ma è proprio così.»
«La tragedia» disse Philip «è che tu insisti a farne una tragedia, mamma. Sei tu che crei la tua tragedia, non io. Io voglio solo chiarire le cose.»

In quella, Owen si alzò dal sofà. Era rimasto seduto in silenzio tutto il tempo, con le mani premute sulle tempie, gli occhi chiusi, ad ascoltare. Guardò Rose e Philip, con il labbro inferiore che gli tremava, come se fosse sul punto di fare una grande rivelazione. Ma l'impulso passò. Si mise le mani sulla testa, e si sedette di nuovo.
«Stavi per dire qualcosa, papà?» chiese Philip.
«No, niente» disse Owen. «Di colpo non mi sono sentito bene. Volete scusarmi?»
«Papà» disse Philip. «Non hai detto niente su questa storia. Stai bene?»
«Sì, sto bene. Mi spiace, figliolo. Voglio dire... mi spiace di non avere detto niente. Io penso... penso che sia o-kay.» Pronunciò la parola in un modo strano, separando le due sillabe e dandole una grande enfasi. «Sì» disse. «O-kay.»
Rose distolse lo sguardo, e incominciò a tamburellare con le dita sul televisore. Poi, all'improvviso, non ci fu più niente da dire.
«Probabilmente dovrei andare» disse Philip. «Ho bisogno di andare a casa.» Si diresse verso l'armadio e tirò fuori il cappotto.
«Sei sano?» chiese Rose mentre se lo stava infilando. Si girò verso di lui, con gli occhi improvvisamente pieni di angoscia.
Philip si fermò a metà manica. «Sì» disse. «Per quanto ne so, sono assolutamente sano.»
«Te lo chiedo» disse Rose «solo perché ho letto il "Times", ho letto quelle storie, e io...» Le si incrinò la voce. «Io non sopporterei di vederti...»
Philip sorrise, e le mise una mano sulla spalla. «Mamma, non preoccuparti» disse. «Sto bene. Comunque, non ho nessuna intenzione di correre dei grossi rischi sessuali. Starò bene.»
Lei abbozzò un sorriso.
«Posso chiamarti domani?» chiese Philip.
«Sì» disse lei.
«Bene.» La baciò sulla guancia. «Arrivederci, papà» disse. «Spero che ti rimetta presto.»
Owen annuì. Ma aveva la faccia dello stesso colore della sua camicia bianca inamidata e altrettanto sciupata.
«Mamma?» disse Philip. «Prova a non essere troppo arrabbiata.»
«Non sono arrabbiata con te» disse piano Rose. «Se mai provo qualcosa, provo tristezza. Dolore. Visto che la facciamo tanto lunga sull'essere onesti, tutto quel che ho da dire è che mi dispiace
Stornò gli occhi.
«Be'» disse lui. «Spiace anche a me. Ma sono convinto che passerà. Vedrai. Te lo dimostrerò. Non c'è niente di cui addolorarsi.» Si spostò nervosamente da un piede all'altro. «Ho un nuovo ragazzo meraviglioso, mamma. Voglio che tu lo conosca... be', forse per questo dovremo aspettare. Comunque, arrivederci.»
«Arrivederci.»
Con impaccio, Philip posò le mani sulle spalle di sua madre e la baciò sulla guancia. Esitò per un momento prima di lasciarla andare - immaginando, suppose lei, che potesse ancora prenderlo tra le braccia. Questo suo bisogno era quasi sufficiente a spezzarla.
«Preparo il caffè» disse Rose a Owen dopo che Philip se ne fu andato. Entrò in cucina e attaccò la caffettiera, e quando ne uscì Owen stava piangendo silenziosamente col viso chino sul braccio.
Rose rimase in piedi contro la parete. «Owen» disse. «Owen.»
Lui non rispose. Piangeva come avevano pianto i cospiratori del Watergate al processo.
«Owen» disse. Lui piangeva e non rispondeva. Lo toccò sulla spalla. Aveva la schiena tesa come la corda di un violino.
Non aveva idea di cosa dire, come fare. Non le sembrava di averlo mai visto piangere prima. «Owen,» disse, balbettando goffamente «lo so che è duro, ma veramente, tesoro, andrà tutto bene. È un bravo ragazzo. Saprà badare a se stesso. L'ha detto anche lui: non è mica la fine del mondo.» Ma a quelle parole Owen pianse ancora più forte, come se non ci fosse niente che potesse consolarlo.
E adesso, molto piano, le parve di sentirgli dire: «È davvero la fine del mondo».
«Come, tesoro? Come hai detto?»
Lui piangeva. Sentì il sibilo della caffettiera. «Owen, fammi prendere il caffè» disse Rose. Cautamente allontanò il braccio, lasciando Owen raggomitolato sul sofà, andò in cucina, spense la caffettiera. Sopra di lei, su uno scaffale, c'erano le tazze, le stesse tazze di porcellana bianca, le stesse pentole, gli stessi bicchieri. Ogni dettaglio del mondo era lo stesso. Non avrebbe dovuto esserlo.
Rose tornò in soggiorno, e lui non c'era più. «Owen?» chiamò. «Owen?» Ma nessuno rispose. In preda al panico, si precipitò nella loro camera da letto e vide che la porta del bagno era chiusa e sentì che era in funzione la doccia. Lo scroscio dell'acqua contro le piastrelle mascherava a malapena il rumore dei singhiozzi di Owen.
Si sedette sul letto. Ai suoi piedi c'erano le scarpe di Owen, le calze ordinatamente appallottolate e ficcate dentro; i pantaloni per l'indomani ordinatamente piegati sulla spalliera. Da dietro la porta del bagno lo sentiva piangere forte, istericamente, col respiro che saliva in gemiti gutturali che scoppiavano all'improvviso in profondi uggiolìi. Pensava davvero che il rumore della doccia potesse coprire un baccano del genere? Si alzò in piedi, si diresse verso la porta del bagno, cautamente vi si appoggiò contro. Un esile filo di vapore usciva da sotto, come il fumo di una pipa. Bussò una volta. «Owen?» disse. «Owen, ti prego, tesoro» e provò a girare la maniglia. Aveva chiuso a chiave.
«Oddio» disse, e chiuse gli occhi.
Allora la verità la colpì con tutta la forza irrevocabile della rivelazione. Si appoggiò alla porta per non perdere l'equilibrio.
Con la stessa rapidità con cui le era entrata in testa, lei la scaraventò fuori, in alto, come una palla da baseball, una palla di fuoco, che passava a chilometri e chilometri sopra le teste di spettatori attoniti e silenziosi.
Uscì dalla camera da letto, e tornò verso la cucina; versò il caffè. Erano quasi le undici, vide, quasi ora del telegiornale. Tremando, cercò di bere il caffè. Tornò in soggiorno. In soggiorno tolse il fiore morto dal vaso, spazzò via la polvere dal tavolo con la mano; lo sentiva fin da qui. Oh, non avrebbe mai smesso? Si sedette col suo caffè, cercò di ignorarlo, il lamento disperato, i getti tamburellanti d'acqua. Poi, di colpo, venne chiusa la doccia e non udì altro che lo sgocciolio del rubinetto. Le parve quasi umano, come la voce di un bambino che parlasse tra sé.

10 commenti:

  1. Me la ricordo perfettamente questo capitolo... davvero di grande tensione.
    Certo che dirlo ai propri genitori è sempre una cosa molto dura e faticosa: la sfera sessuale e affettiva è molto intima e di certo uno non ne parla volentieri con mamma e papà :D
    Spero che il mio coming-out con la mia famiglia, un giorno, non sarà così. Ma sono fiducioso e credo che sarà tutto molto più sereno.

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  2. Che dire.... con il cuore in gola, a mille.

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  3. Dovrei davvero cercare di prendere il libro!

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  4. Il mio fortunatamente è stato meno teso e più breve sia perchè avevo più di trent'anni sia perchè ho delegato le spiegazioni a due psicologi.

    PS. (In) sai che leggendo il titolo del post e la prima riga ha avuto un sobbalzo perchè ho pensato che fossi uscito definitivamente dall'armadio.

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  5. Anch'io ho pensato che avessi deciso di uscire dall'armadio e ... mi sono sentito perso. Uno in meno che sta nella mia condizione di nascondimento!

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  6. In...
    dico sempre che lo voglio comperare questo libro che promette tanto, lo vorrei tenere in camerino per leggerne un pezzettino prima di andare in scena, tanto per avere un pò più di carica...
    Lo trovo davvero da phatos il brano che ha scelto.
    Ma ora qualcuno mi vuole aprire l'anta dell'armadio??! Qui dentro è buioooo

    for you.

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  7. Quanto mi piaceva leggere... ... ma quanto poco tempo ho ... e tante altre cose da fare!! ... però è bello sapere che ci sono libri che parlano di questa condizione... ...
    ...anche se come altri pensavo ke avessi preso la grande decisione! :)

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  8. @ Febo - te lo auguro, anzi... ne sono sicuro che sarà decisamente sereno.

    @ Alberto - si, anche per me. Cuore in gola soprattutto pensando a Owen, il padre. Personaggio con cui nel libro mi sono immedesimato abbastanza.

    @ Still - lo consiglio caldamente. E' da poco stato ristampato nell'economica mondadori.

    @ loran - si, immagino il tuo sobbalzo e quello dei lettori. Ma il mio coming out è ancora decisamente lontano... :\

    @ Parigino - come detto a loran, farò ancora parte del tuo gruppo.

    @ Nanà - si, merita davvero, ma non per il camerino. Il camerino è fatto per attendere fiori e spasimanti. L'armadio è buio, ma ormai ho gli occhi di gatto, io...

    @ I'M SO GUY - anche per me lo spazio della lettura si è notevolmente ridotto... mannaggia a questa rete virtuale che mi ruba parecchio tempo. Ma certi libri è quasi un "dovere" che si fa a se, a leggerli.

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  9. "La lingua perduta delle gru"... già... il pianto del padre di Philip è il momento più sconvolgente del libro.

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